Un’operazione di statalizzazione, anche costosa, di Autostrade raccontata come un’operazione di tutela dell’interesse pubblico in nome delle povere vittime. A volte occorre tirarsi dei pizzicotti. Per capire cosa è sogno e cosa è realtà. Il dossier autostrade è una di queste. Ricapitolando. Per due anni sono risuonati i proclami a 5 Stelle del tipo “cacciare i Benetton”, “revoca della concessione o nulla”. Per una settimana in maggioranza se ne sono dette di ogni colore, Conte ha accusato il Pd di «mettere il bastone tra le ruote e rallentare la soluzione del fascicolo» e il Pd ha accusato i premier di «non saper decidere». Martedì è stato uno psycothriller. È uscita la lettera con cui il 13 marzo la ministra De Micheli spiegava al premier che su Autostrade occorreva optare per l’accordo tra le parti, diversamente i risarcimenti sarebbero stati di oltre 20 miliardi. Le prime pagine del Fatto quotidiano, con Orlando, Delrio, Guerini e De Micheli vestiti da “United dem of Benetton”. Persino uno pacifico come il ministro Guerini ne ha chiesto ragione a Conte: “Casalino sta esagerando”.

Un dramma vero, o una superdrammatizzazione, che ieri è stata invece raccontata con toni trionfalistici dai 5 Stelle quasi che sia stata una loro vittoria “personale”: «Risultato straordinario, escono i Benetton entra lo Stato grazie alla incredibile determinazione del Movimento 5 Stelle» (Vito Crimi); «Fuori i Benetton, era l’obiettivo e l’abbiamo centrato» (Di Maio, che in questa storia ha giocato più parti in commedia); «I Benetton sono stati presi a schiaffi, un fatto senza precedenti» (Di Battista). Il classico dei classici: «Abbiano un governo che mette alla porta i poteri forti, bye bye Benetton» (blog delle Stelle). Dato il pizzicotto per distinguere sogno e realtà, ecco come sono i fatti.

Non c’è ancora un accordo scritto, solo comunicati stampa. Ma i dettagli in queste circostanze sono importanti. La ministra De Micheli auspica infatti un «accordo chiaro e trasparente nei prossimi giorni». Non c’è stata la revoca, parola chiave di questi mesi e anni. Ci sarà invece «un’operazione di mercato» (come ha ammesso Di Maio) dove lo Stato dovrà comunque sborsare molti soldi, sull’ordine dei miliardi.
Atlantia, il colosso mondiale nel gestione delle infrastrutture, autostrade ma anche aeroporti, non sarà toccata: il fondo Sintonia, proprietà dei Benetton, continuerà ad avere il 30,25%, la maggioranza relativa. Atlantia gestisce anche aeroporti di Roma e lo Stato, dopo aver trattato con loro per Alitalia, ha appena rinnovato le concessioni fino al 2030. Dunque i Benetton continuano a fare business legittimo con asset importanti dello Stato. Cambia invece, e parecchio, la situazione in Aspi (Autostrade per l’Italia, gestore di tremila km di rete) controllata all’88 per cento da Atlantia. È stato questo il cuore della trattativa notturna sospesa due volte (alle 23 e 30 e poi all’una e mezzo del mattino), segnata da quattro diverse mail dei manager di Aspi con altrettante offerte. In sostanza entro il 27 luglio viene avviata una procedura di cessione dei titoli per cui, dice il ministro Patuanelli, «a settembre i Benetton saranno già in minoranza e del tutto fuori nell’arco di un anno». È questo lo scalpo dei 5 Stelle. Attenzione però: non è chiaro se la cessione dell’88% di Aspi avverrà tutta con un aumento di capitale o con la vendita diretta a Cassa depositi e prestiti. Si parla genericamente di «due percorsi societari alternativi». La cosa certa è che Aspi sarà quotata in borsa e avrà un socio di maggioranza (al 51% ) che è Cdp.

Restano in piedi molte domande. Quanto dovrà pagare Cdp per il 51% di Aspi? Non dovrebbe pagarli ai Benetton perché lo strumento è quello dell’aumento di capitale. Però Cdp, che gestisce i depositi postali degli italiani, dovrà sborsare parecchi miliardi. Soldi, sia chiaro, dei correntisti italiani. Benetton dunque ridurrà la sua presenza (potrebbe conservare il 10-12%) ma farà molti soldi. È il mercato bellezza, e senza una sentenza che li inibisca, la famiglia Benetton resta sul mercato. Neppure i 5 Stelle possono farci nulla.

Tra i punti dell’accordo Aspi ha confermato i 3,4 miliardi di risarcimenti (opere accessorie, diminuzione pedaggi, manutenzione). Saranno in collo alla nuova Aspi, dunque a Cdp. Aspi ha anche rinunciato a tutti ricorsi in essere contro il governo italiano anche a Bruxelles. Tutto questo in assenza di uno straccio di sentenza civile e penale che dica di chi è la colpa del crollo del ponte Morandi. E se dovesse essere anche del ministero dei Trasporti che deve vigilare le opere dei concessionari? Ieri pomeriggio Conte ha provato a smussare i toni enfatici del Movimento: «Non mi interessano gli slogan». E ha cercato soprattutto di spengere il fuoco. «La tensioni sono state solo con Aspi, non alteriamo il quadro della realtà». La realtà è che lo Stato comprerà a caro prezzo Autostrade dai Benetton. E che questo c’entra molto poco con le 43 vittime.