Non è stato ancora seppellito Paolo Rossi, a Vicenza, che già il lutto, tutta le celebrazione tra la Toscana (il campione è nato a Prato) e il Veneto viene paragonata con la Napoli che dal 25 novembre, e per diversi giorni, ha pianto Diego Armando Maradona. Un’Italia che piange composta, “i dolori grandi sono muti”, e un’altra caciarona tra fuochi d’artificio e assembramenti. Il Nord e il Sud. Due Italie in un Paese che uno straniero potrebbe chiedersi se è lo stesso, scrive Riccardo Signori su Il Giornale. Trova le differenze, insomma, nel lutto, nel dolore di due città per due campioni e due uomini completamente diversi. E ci sarebbe poco da obiettare se poi non si cedesse alla solita solfa, retorica, con tono e lessico piccato, fazioso, sottinteso e teso tutto a marcare una differenza di civiltà e antropologica tra le parti, mettendo di fronte due storie e due realtà diversissime.

Napoli, terza metropoli italiana, in Campania, Regione dalla densità abitativa altissima, con alcune aree in provincia del capoluogo tra le più densamente popolate del Paese e dell’Europa. Maradona portò la modernità, il riscatto, lo sguardo del mondo, due scudetti, una Coppa Italia, una Coppa UEFA, una Supercoppa Italiana. Gioie mai viste da queste parti. Attenzione mai vista da queste parti, da tutto il mondo, per via di una delle icone più rappresentative dell’intero ‘900 e più, oltre che di uno sport. Vicenza, in Veneto, appena 122mila abitanti. Paolo Rossi giocò tre stagioni. Un exploit straordinario di 60 gol in 94 presenze ma una sola promozione in Serie B e uno storico secondo posto in campionato. Eppure, per Il Giornale, Vicenza e il Veneto “sono vive, ricche non solo economicamente, rappresentano una essenza lavorativa, non metropoli ma esistono idee e comportamenti metropolitani”.

E pure in chiesa, a Vicenza, “ingresso solo per inviti. Inviti appunto, non arrembaggio di massa che disegna un’Italia più folkloristica”. Che a vedere le immagini in chiesa gente (tutti in mascherina certo) ma una sull’altra, pur sempre in un ambiente chiuso. A Napoli, le celebrazioni per Maradona, tutte all’aria aperta invece, tra lo Stadio San Paolo e i Quartieri Spagnoli soprattutto. Con rari casi di assembramenti, senza contare che i fuochi d’artificio si possono accendere anche a distanza. A voler fare polemica, insomma, non ci vuole molto.

E invece: “Abbiamo visto Napoli riesplodere tra fuochi d’artificio, ammucchiate selvagge, pianti senza mascherina, cortei senza limiti, trasgressioni al senso civico di un mondo ora diverso da quello illustrato dal suo idolo. Oggi c’è paura a baciarsi ed abbracciarsi, vivere e morire tintinnano di un suono diverso. Eppure Napoli è tornata argentina senza paura, qualcuno ha detto senza rispetto per i morti che contiamo giorno dopo giorno. Ma quella è Italia, questa è Italia”. La stessa polemica fu alzata in occasione della vittoria della Coppa Italia, in estate. L’ondata di contagi non arrivò mai: i festeggiamenti non furono furiosi e selvaggi come descritti da certi media. Non avrebbe fatto male certo evitare certe occasioni di contatto, ma si punta solo su una versione.

Vicenza la civile insomma, Napoli che ne parliamo a fare. “Nella lunga strada quieta, alberata, ricca di presenze rade, che non è controsenso in tempo di Covid, e che porta al vecchio stadio Menti, pareva fossero tutti lì, distanziati come vuole l’ordine pubblico, in attesa del nero macchinone che trasportava Paolo Rossi: non avvolti uno sopra l’altro come sarebbe capitato a Napoli“. Maradona e Paolo Rossi, continua, “ci hanno fatto divertire e ricordato che, comunque lo si guardi, questo Paese ha facce inconfondibili”. E che si vuole guardare solo quello  che si vuole guardare quando si vuole guardare, senza lesinare differenze antropologiche e sociali.