L'intervista
Margherita Boniver: “Italia-Cina, accordi decisivi nati con Craxi in quel viaggio dell’86. Siamo tra i paesi più attivi in Asia”

Margherita Boniver, dirigente del PSI di Craxi, del quale fu a lungo a capo del dipartimento Esteri, è entrata in Forza Italia quando i socialisti vissero più ferocemente di altri la fine della prima Repubblica. Dal 2001 al 2006 è stata Sottosegretaria agli Esteri nel secondo governo Berlusconi, sempre con delega all’Asia. E’ considerata una delle migliori esperte di politica internazionale con particolare riguardo al quadrante asiatico e alla Cina.
Boniver, si ricorda quel viaggio storico con Craxi a Pechino?
«Indimenticabile. Iniziò il 2 novembre del 1986 e andò avanti diversi giorni. La delegazione del governo era imponente. E comprendeva ministri, tra cui quello degli Esteri, Giulio Andreotti, parlamentari, rappresentanti delle istituzioni economiche e anche molti giornalisti. Il fior fiore della stampa italiana».
Che missione fu?
«Fondamentale, dal punto di vista sostanziale. Riaprì completamente le relazioni Italia-Cina, fino ad allora molto fredde, e dimostrò ancora una volta la capacità visionaria di Bettino Craxi che aveva indovinato con molti anni in anticipo quale gigante stava per diventare la Cina».
Andò tutto liscio?
«Per niente. Ci furono imprevisti di ogni tipo e anche qualche gaffe. La Cina si affacciava al mondo delle relazioni internazionali e non era del tutto preparata per i nostri standard. Una sera ci invitarono per una cena sontuosa ma divisero la delegazione: le autorità politiche da una parte, in ricche tavolate imbandite con piatti ricercatissimi dove ciascuno era servito da un cameriere elegante e sussiegoso. I giornalisti arrivarono con noi, mal le strade, con grande disappunto anche di Craxi, si divisero. Vennero fatti mettere in piedi dietro a un separé dove gli fecero arrivare dei panini. Era il modo in cui in Cina vedevano la divisione anche tra loro: gli oligarchi del partito comunista nel lusso e i giornalisti vissuti come presenze fastidiose e tutto sommato inutili, da tenere a distanza».
Eloquente. Poi la Cina ha preso confidenza con i protocolli occidentali?
«Gradualmente, negli anni. Ma tre anni dopo ci fu il massacro di Tien An Men. Nella sostanza quella visita diede il via a una serie di trattati, di contratti, di memorandum che sono serviti anche alla globalizzazione della Cina, ancora allora rimasta un impero chiuso».
Nella sua esperienza contò, quell’apertura di credito di Pechino a Roma?
«Moltissimo, ci fu un riscontro di quegli accordi durato decenni. Evidentemente poi ci fu chi polemizzò con Craxi per aver voluto portare una delegazione così ampia. Si parlò della spesa di quel volo di Stato. Polemiche sterili. Produsse un vantaggio competitivo notevole per le aziende italiane che iniziarono allora a scoprire la Cina, e viceversa».
Veniamo alla visita di oggi, con Giorgia Meloni. Importante ma diversa.
«Una visita più veloce e più snella. Ma di cui sottolineo l’importanza: nei precedenti governi con i Cinque Stelle l’Italia era l’unico paese europeo ad aver firmato la Belt Road Initiative. Meloni lo ha voluto interrompere per un motivo preciso: gli accordi non avevano portato i benefici attesi al nostro Paese. Il rapporto tra le importazioni cinesi che arrivavano a noi e le esportazioni italiane in Cina erano completamente sbilanciate».
Riuscirà a ribilanciarle, questa missione?
«Il nodo è questo. I nuovi accordi che vengono firmati in questi giorni a Pechino e Shanghai devono prevedere un equilibrio tra import ed export per entrambe le bilance commerciali, con meccanismi di verifica reciproci e costanti».
Con la nostra diplomazia siamo attenti all’Asia?
«Da molto tempo siamo tra i Paesi più attivi in Asia, e i buoni rapporti con la Cina lo dimostrano, per non parlare di quelli ottimi con la Corea del Sud, decima potenza economica mondiale, e addirittura eccezionali con l’India. Io da Sottosegretaria dei governi Berlusconi ho viaggiato molte decine di volte in quei Paesi. Segnalai al Cavaliere una cosa, però…»
Quale?
«La sproporzione tra il nostro corpo diplomatico in Asia e quello di alcuni partner europei. Uk, Francia e Germania avevano in alcuni Paesi decine e decine di funzionari. L’Italia aveva piccole ambasciate con tre persone. Fu con Berlusconi che l’Italia investì un po’ di più, strutturalmente, in quel quadrante. Viviamo nel secolo asiatico, dobbiamo prenderne atto tutti».
Da analista di geopolitica, cosa la preoccupa di più?
«Siamo nel tempo delle grandi incertezze. Mi preoccupano le due guerre in corso: l’Ucraina attende il prossimo presidente americano e intanto vive una tragedia quotidiana, mentre Israele è oggetto, al tempo stesso, di un terrorismo feroce e di guerre asimmetriche dagli esiti imprevedibili. Hamas gode di aiuti internazionali e non hanno intenzione di mollare la presa. L’escalation in Medio Oriente non conosce fine, e le notizie sul Libano e dalla Turchia non fanno presagire nulla di buono».
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