Il punto non è solo “tenere insieme” Forza Italia
Marina e Piersilvio, il Cavaliere odiava le correnti
Marina e Piersilvio Berlusconi dovrebbero scegliere di stare più in alto rispetto agli scontri interni a Forza Italia. Non per disinteresse, ma per responsabilità: quella di custodire e interpretare un’eredità politica che non può essere ridotta alle dinamiche correntizie. Ho attraversato, per un tratto, quella comunità politica da socialista. E ricordo bene come il presidente Berlusconi guardasse con fastidio alla logica delle correnti. Riconosceva l’esistenza di più culture politiche, perché Forza Italia è sempre stata un contenitore plurale, attraversato da sensibilità diverse ma non sopportava che queste si trasformassero in gruppi di potere organizzati, in strumenti di pressione interna. Più di tutto odiava le rendite di posizione, le pretese di comando perorate da personalità mediocri.
Per lui la politica non era questo. L’eredità che Berlusconi lascia alla politica italiana è più complessa e, al netto degli errori, anche più ambiziosa: la modernità del messaggio, il garantismo come architrave culturale, una sfida liberale che non si è mai compiuta fino in fondo. Ridurre tutto questo a un solo partito, per di più attraversato da tensioni e conflitti continui, è un errore di prospettiva. Quella stagione non è esauribile in un contenitore, né tantomeno in una contesa interna. È un patrimonio politico e culturale più largo, che attraversa il centrodestra ma parla anche oltre, a chi crede nelle libertà individuali, nello Stato di diritto, in un’idea non statalista della società.
Per questo il punto non è solo “tenere insieme” Forza Italia. Il punto è comprendere che quell’eredità vive — o può vivere — solo se liberata da logiche di piccolo cabotaggio e restituita a una visione più ampia. È qualcosa di più complesso. E proprio per questo richiede uno sguardo più alto.
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