Il paradosso politico emerso dopo l’esito del referendum è evidente: la vittoria del “no”, che sulla carta avrebbe dovuto rappresentare un punto di forza per l’opposizione, sta finendo per rafforzare l’azione del governo di centrodestra. Al contrario, il centrosinistra non è riuscito a capitalizzare questo risultato, disperdendo un potenziale vantaggio politico in dinamiche interne e in una narrazione poco incisiva.

Da un lato, Giorgia Meloni ha saputo utilizzare il risultato referendario come leva politica. Il “no” è stato reinterpretato non come un segnale di sfiducia verso il sistema, ma come un’occasione per consolidare l’azione di governo, liberarsi di alcune rigidità e rilanciare l’iniziativa su obiettivi più chiari. In questo contesto, anche il rafforzamento dei rapporti con Marina Berlusconi e il conseguente riassestamento interno a Forza Italia hanno contribuito a dare maggiore coesione e direzione strategica alla maggioranza. Dall’altro lato, il centrosinistra ha mostrato difficoltà evidenti nel trasformare un successo tattico in una prospettiva politica. Il dibattito si è rapidamente spostato su questioni interne, come il tema delle primarie – si o no – invece di concentrarsi su una proposta politica capace di intercettare il voto espresso.

In questo quadro, la posizione di Giuseppe Conte ha avuto un impatto significativo. La sua reazione immediata al risultato referendario è apparsa a molti come focalizzata più su una prospettiva personale – quella di una possibile leadership di governo – che sulla costruzione di un progetto collettivo. Questo ha contribuito, almeno in parte, a indebolire la portata politica del risultato, impedendo al centrosinistra di presentarsi come un’alternativa credibile e coesa. Il punto centrale è che il voto referendario e il voto politico rispondono a logiche profondamente diverse. Il “no” può essere espressione di protesta, di disillusione o di rifiuto di una proposta specifica. Ma votare alle elezioni politiche significa scegliere un progetto di governo, una visione, una squadra. Ed è proprio su questo terreno che il centrosinistra appare oggi in difficoltà. Una parte rilevante degli elettori che hanno votato “no” – in particolare giovani e cittadini del Mezzogiorno – difficilmente può essere considerata automaticamente allineata con il centrosinistra. Si tratta di un elettorato fluido, spesso motivato da istanza contingenti più che da appartenenze ideologiche. Senza un programma chiaro, obiettivi definiti e alcune “idee forza” riconoscibili, quel consenso rischia di restare episodico e non traducibile in voto politico.

Il risultato è un paradosso: mentre l’opposizione discute di regole interne e leadership, il governo utilizza il contesto per rafforzarsi, ridefinire le priorità e consolidare le alleanze. In assenza di una proposta alternativa credibile, il “no” rischia così di trasformarsi da occasione mancata per il centrosinistra a ulteriore elemento di stabilizzazione per il centrodestra. Alla fine, l’esito del referendum rafforza di fatto l’Associazione Nazionale Magistrati, vera vincitrice delle consultazioni referendarie, lasciando il sistema ancorato al codice Rocco. Il voto rende, inoltre, il sistema difficilmente riformabile, anche per la subalterneità mostrate dal centrosinistra all’Associazione. Ne deriva una giustizia sempre meno coerente con una democrazia matura e incapace di garantire pienamente i diritti di difesa del cittadino da e nel processo.

Antonio Bargone

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