La vicenda dei video di Ranucci è talmente grave che per la prima volta i membri del Copasir hanno richiesto di acquisire una informativa al Dis. Sarà dunque il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza rappresentato a palazzo Chigi da Elisabetta Belloni a dover stilare il rapporto ufficiale sulla questione che lambisce i rapporti opachi evocati nel video da noi pubblicato. Una vicenda talmente delicata che Sigfrido Ranucci sembra tenersi a distanza da Twitter. Ed è un peccato: quel flusso di coscienza sui social era sì scomposto ma più che rivelatorio di uno stato d’animo particolarmente agitato.

Dopo aver provato a imbastire una maldestra difesa, impapocchiato comunicati e messaggi di cui ha confuso date e intenzioni, devono averlo consigliato per il meglio. Fermo un giro, mentre con intervento d’imperio la Rai – come nei classici casi di crisis management – passa la parola agli avvocati che Viale Mazzini ha incaricato di provare a contenere il danno. La linea da seguire, tuttavia, non è ancora stata ben definita: le versioni con cui si prova a fare muro contro la telecamera nascosta sono già tre. Inizialmente il mantra era quello del “video manipolato”, poi diventato “video vecchio”, perfino “già visto da tutti”, infine l’infingimento al quadrato: “Nel video Ranucci fa finta, si presta al gioco”. Tre versioni che cozzano tra loro: se il documento pubblicato dal Riformista fosse stato ampliamente visionato dalla rete, perché Ranucci se ne scandalizzerebbe tanto solo adesso? Questo l’avvocato Luca Tirapelle non lo chiarisce. Ma ieri ha dichiarato alle agenzie “Non sono video inediti, giravano sui social già 8 anni fa”.

Non indica però neanche un esempio. Non fornisce un link. Un collaboratore di Wired si incarica della ricerca: trova undici minuti pubblicati su un canale YouTube, nessuna traccia del resto. Una punta dell’iceberg. E perciò anche scivolosa: “Ranucci ha millantato la possibilità di fare fatture fittizie o di chiedere l’intervento di un suo amico dei Ros solo allo scopo di raccogliere prove necessarie all’inchiesta”, si avventura a affermare l’avvocato Tirapelle. E ancora: “Ranucci ha bluffato per verificare l’ esistenza o meno del video hard. E ha bluffato anche quando ha assicurato agli interlocutori di avere entrature nei Ros e persino nei servizi segreti”. Che strano: lui stesso aveva parlato di video manipolati in una mezza dozzina di post e di tweet, perché non gli è venuto in mente prima di tentare la carta del bluff? Un giro di giostra da mal di testa, ed è probabilmente l’effetto desiderato per disperdere l’attenzione. Peccato che anche il Copasir voglia vederci chiaro, adesso. Oggi alle 13 si terrà l’audizione chiesta dal deputato azzurro Andrea Ruggeri, destinatario di raggelanti messaggi di testo inviatigli da Sigfrido Ranucci.

“Oggi porto tutto il materiale che ho al Copasir: sms di Ranucci e resoconti delle attività intervenute. È una vicenda di una gravità senza precedenti”. E ancora: “In tutte le comunicazioni intercorse con Ranucci faceva riferimento ossessivo al possesso di dossier”, riferisce il parlamentare. Materiale da mettere agli atti della commissione che vigila sui servizi segreti all’indomani della pubblicazione del video in cui Ranucci si confida, al ristorante: “Chiamo il mio amico al Ros, è collegato con i servizi segreti. Uno che l’altro giorno ha chiamato me. Perché anche loro sono interessati a queste cose”, si era lasciato andare Ranucci alla telecamera nascosta. Come se esistesse una cassa comune in cui far confluire immagini proibite, informazioni riservate, carte che scottano. L’onorevole Ruggeri pone una serie di questioni: “Se uno scrive che avrebbe dei dossier ma che per buon cuore non li usa, non mi torna. Perché provare ad acquistare da parte della Rai, con denaro pubblico, materiale non trasmissibile da tenere chiuso in un cassetto?”, si chiede.

L’avvocato Luca Tirapelle, che aveva seguito la causa di Ranucci contro Tosi, a Verona, sostiene che la sentenza esclude “sulla base di testimonianze”, che ci siano “fondi neri Rai usati per acquistare materiale utile all’inchiesta di Report o per effettuare attività di dossieraggio ai danni di politici di qualsiasi schieramento”. Dunque pur avendo seguito solo nel 2014 la vicenda Tosi, può ben lanciarsi in un giudizio storico complessivo. Al quale non molti credono. “Qui vediamo nero su bianco una persona che fa acquistare dalla Rai con soldi pubblici dei materiali vietati. Una compravendita”, può sintetizzare Ruggeri. A Viale Mazzini, bocche cucite. Lo stesso al Nazareno. E dai Cinque Stelle, neanche a parlarne. I consiglieri del Cda si starebbero consultando tra loro, attenti a non far emergere niente. Il clima è molto teso, e c’è chi ci riferisce di una serie di telefonate fatte da Ranucci nella giornata di sabato per ottenere dal sindacato interno, UsigRai, una nota a tutela. Nota che è arrivata domenica, sotto forma di minimo sindacale.

L’impressione è che molti abbiano già iniziato a pensare a come mettere a posto la questione per uscirne con il minimo danno, anche se i buoi sono ormai scappati. Un importante giurista ci riceve nel suo studio romano: “I reati commessi da Ranucci in quei video sono almeno cinque”, ci dice elencandoli. Neanche lui, a quanto pare, ha capito che Sigfrido stesse bluffando.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.