Sigfrido Ranucci, autore e conduttore di Report, ha confessato. Proprio lui. Lo si vede nel primo dei video che Il Riformista ha diffuso. È lui in primo piano in quel video “rubatogli” con il sistema della telecamera nascosta che a Report conoscono molto bene. Confidandosi con un presunto informatore, Sergio Borsato, nella trattoria di Trastevere dove non pensava certo di essere filmato da quello che riteneva un confidente amico, è finito due volte vittima di se stesso. Per quello che alla telecamera nascosta confida circa l’abitudine di confezionare servizi “contra personam” – con l’espediente di un finto plico anonimo ricevuto da chissà chi – e per il metodo della ripresa nascosta nel quale, dopo averne mostrato tanti esempi su RaiTre, è finito intrappolato a sua volta.

Sigfrido Ranucci prova a confondere gli elementi: i tempi, i documenti, le sentenze in un giro di giostra utile solo a disperdere l’attenzione e stravolgere la cronologia. Accende una cortina fumogena per provare a uscire dall’angolo. Per farlo, Ranucci parla di sentenze passate in giudicato che non esistono. Ecco come confonde le informazioni: prende una condanna a Flavio Tosi per calunnia e fa baluginare una curiosa interpretazione estensiva. (“Siete delle merde!”, gli aveva detto l’ex sindaco di Verona in una conferenza stampa. Ed è stato condannato solo per questo). Sostiene che il video della telecamera nascosta sia stato “manipolato”, ma non dice in quale minuto, in quale frangente. “L’audio sembra interrotto”, si limita a dire l’unica perizia allegata agli atti del processo. Tuttavia la rispondenza audiovideo, l’interpretazione del labiale, la prossemica lineare e la discorsività consecutiva non consentono di arrampicarsi su altri specchi.

Ranucci rilascia due interviste e qualche velina che l’avvocato di Sergio Borsato, Antonio Mezzomo, sta mettendo da parte per le richieste di risarcimento in sede civile. Tuttavia, le visualizzazioni del video corrono e la sostanza del metodo che emerge, parla da sola. Il vicedirettore di Rai Tre si accorda con fornitori non censiti nell’albo di Saxa Rubra, promette loro del denaro da pagare con disinvoltura: la fornitura di una cassetta dal contenuto inconsistente (“Che io valuterò come importante materiale giornalistico”, li rassicura) servirà a compensare i videomaker per quello che Ranucci richiede sottobanco: un video che incastra un politico. Girato da loro, sottratto chissà come. Da far pervenire con una finta busta anonima in redazione. “Decidiamo insieme da dove la spediamo”, gli si sente dire. Ed elenca le città da cui “possiamo farlo arrivare: Verona, Piacenza, Milano, Roma… dobbiamo valutare da dove è più sicuro”. Uno spaccato interessante del lavoro che si fa a Report. È così che vengono costruiti e pompati ad arte i servizi che vediamo in onda su RaiTre?

Chiede di saperlo anche il senatore di Iv, Davide Faraone. Il senatore siciliano era stato oggetto di un misterioso e inquietante messaggio, una settimana fa, speditogli da Ranucci. Si faceva riferimento a tanti dossier, nelle mani del conduttore. Un velato (ma non troppo) ricatto spedito all’indirizzo dei membri di Forza Italia ed Italia Viva in commissione di Vigilanza Rai. Un messaggio che forse va visto proprio nell’ottica dell’imminente uscita del lavoro del Riformista: qualcuno potrebbe aver avvisato Ranucci – possiamo immaginare – dell’approssimarsi dell’inchiesta sui video della camera nascosta al ristorante. O forse no: è solo una coincidenza.

“Presento un’interrogazione in Commissione Vigilanza per chiedere conto della veridicità di queste notizie a tutela della Rai, dell’informazione pubblica, dei professionisti che vi lavorano e di una trasmissione di inchiesta storica che non può diventare una centrale di dossieraggi anonimi, una macchina del fango sospinta, a quanto riporta il giornale, dal suo conduttore. Penso che davvero ci si debba fermare a riflettere sulla vera natura di una delle trasmissioni di punta della Rai perché francamente dopo gli episodi gravissimi di questi giorni sarà il caso che i vertici dell’azienda facciano chiarezza “, dichiara oggi Davide Faraone. Il senatore Enzo Palumbo, a capo di Democrazia Liberale, non è da meno: “Report fa da sempre un giornalismo completamente basato sulla diffusione pubblica di video come quello diffuso dal Riformista su di loro: paradossale lamentarsi se tocca a loro un giro della giostra di solito da loro condotta. Gravissimo poi da parte di Report rispondere che quella sarebbe una vecchia bufala smentita da una sentenza di primo grado, quando invece esiste anche una sentenza di secondo grado, ed è quella che fa testo, in cui i magistrati confermano la veridicità del materiale ed il fatto che non sia manipolato. Quindi Report, oltre ad usare come visto nel video metodi eticamente e legalmente discutibili, ci sta tuttora mentendo per difendersi. Ma è davvero questo il grande giornalismo d’inchiesta italiano?”, recita la nota di DL.

E sono già oltre trecentomila le visualizzazioni che registra il video sul Riformista. Ecco cosa preoccupa l’interessato. Ed ecco cosa ne stimola una scomposta reazione, a partire dai social network. Si nota così una nevrotica attività su Facebook e Twitter: una serie di post a metà strada tra l’irrisione e la minaccia, pubblicati da Sigfrido Ranucci e dai suoi sostenitori su un centinaio di gruppi aperti e chiusi. Che dire? Non proprio un indice di serenità, se davvero da quei video il conduttore non avesse niente da temere. Nel gruppo privato “Amici di Andrea Scanzi news”, accessibile solo ai membri, viene diffuso un post con l’hashtag #labandaditorchiaro allo scopo di sviluppare quello che i tecnici della rete chiamano “Wildfire”.

Fuochi selvatici – fintamente spontanei – che hanno lo scopo di spuntare qua e là, sulle bacheche di Facebook, moltiplicando l’effetto-ciclone sul nome del malcapitato di turno. La serenità assoluta di Ranucci si tramuta in un suo vortice di post e di commenti. Una tecnica popolare soprattutto tra i grillini: si pubblicano una sequenza di contenuti con cadenza regolare postando molte volte lo stesso nome in una ripetizione di post diversi. Si chiama, per farla breve, hating. Il risultato dell’hate speech è quello di alzare la pressione: si portano molti fan a “odiare” un nome unico, isolato. A identificare un nemico con un coding preciso. Così il giornalista che fa? Si trova a rispondere al ciclone che gli viene scatenato contro e deve sottrarre tempo – questo il reale scopo del gioco – al lavoro di inchiesta, allo sviluppo del lavoro sulle immagini di quelle telecamere nascoste. Che continuano invece a parlare.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.