Una telefonata ti può salvare la vita”. Inizia così l’ appello di Don David Maria Riboldi, cappellano del carcere di Busto Arsizio, alla Ministra Cartabia e Carlo Renoldi, Capo del Dipartimento dell’amministrazione delle carceri affinchè sia concesso il telefono nelle celle, come in Europa. “Nelle carceri italiane si sono tolte la vita 47 persone, in questo 2022 – scrive il giovane parroco nel post su Facebook – La solitudine, l’abbandono, la disperazione… urgono alla nostra coscienza risposte concrete. Non facili denunce, ma proposte per arginare l’oscurità, che troppo agilmente prende il sopravvento nelle persone recluse”.

Per don Riboldi una soluzione potrebbe essere proprio il telefono in cella. E racconta un episodio che gli è accaduto: “Qualche settimana fa ho ricevuto una telefonata, erano le ore 22, da una persona prima reclusa a Busto Arstizio dove faccio il don, oggi recluso in un carcere del Nord Europa – racconta il parroco nel video su Facebook – Gli ho chiesto: ‘ma come mai a quest’ora?’. E lui: ‘Don mi sento un po’ giù. Hai voglia di ascoltarmi un po’?’. Non siamo noi a decidere quando uno ha bisogno di conforto. Ma i ritmi stabiliti dal nostro ordinamento prevedono che uno possa chiamare 10 minuti alla settimana. Con il post Covid qualcosa di più. In alcuni posti dell’Europa hanno il telefono nelle celle. Possono chiamare, si pagano le loro telefonate. Quando hanno bisogno perché il loro cuore è sofferente, possono cercare quella voce amica che il personale della sicurezza non può certo supplire”.

Dal carcere in Nord Europa, il detenuto è riuscito a contattare il parroco a tarda sera senza problemi. Non è un caso che negli ultimi drammatici episodi di suicidi in carcere, i detenuti abbiano deciso di togliersi la vita giusto di notte. Magari è quello il momento in cui si ha maggiore bisogno di conforto, di una parola amica. Le ore di maggiore solitudine, quando tutti dormono e il favore del buio rende più semplice anche mettere in pratica gesti estremi. Un telefono in cella potrebbe forse davvero salvare la vita a tanti.

“Ministra Cartabia lei in un anno e mezzo ha girato più carceri di tutti i suoi predecessori messi insieme. Lei ‘ha visto’, come ama sempre ricordare citando le parole del Calamandrei. Perché non adeguarci anche noi ai ritmi del resto dell’Europa? – continua l’appello social di don Riboldi – Se non erro era questa una delle proposte della commissione Ruotolo lo scorso dicembre. Perché non dare vita a questa opportunità? Di permettere a una persona di chiamare quando ha bisogno. Se quelle 47 persone che si sono tolte la vita nelle carceri, se avessero potuto fare una telefonata, chissà, magari sarebbero ancora qui con noi. È un rischio che credo valga la pena correre, quello di salvare delle vite. Ministra Cartabia, non passerà un altro Kayròs (un tempo opportuno) se non lei che ‘ha visto’, chi? Se non ora, quando? Chissà siamo anche in tempi di campagna elettorale, magari qualche politico sentirà questo grido di aiuto dal quale non possiamo esimerci”.

Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.