Non cercò in rete la parola ‘sucidio’ e non archiviò foto o video di festini a luci rosse. Questo è ciò  che hanno spiegato l’ispettore superiore tecnico Claudio Di Tursi e gli assistenti capo coordinatori Augusto Vincenzo Ottaviano e Stefano Frisinghelli della polizia postale di Genova, sentiti oggi 3 marzo dalla Commissione d’inchiesta sulla morte di David Rossi, il manager precipitato da una finestra del suo ufficio in Rocca Salimbeni il 6 marzo 2013.

E intanto la famiglia continua a chiedere di conoscere la verità.

“La ricerca sui festini ha dato esito negativo”

Dal 2019 la Polposta indaga, su delega della procura ligure, sul filone dei presunti festini di Siena a cui avrebbero partecipato dirigenti del Monte dei Paschi e magistrati della procura di Siena. Le analisi sui dispositivi di Rossi hanno dato precise risposte: non c’è nulla di queste ‘feste’ – immagini, scritte oppure ricerche sul web – sugli hard disk dei suoi computer. “La ricerca informatica sulla partecipazione a festini, ha dato esiti negativi” ha detto l’ispettore superiore tecnico Claudio Di Tursi. “Ci sono invece visite a siti erotici e d’incontri che però potrebbero essere avvenute durante la navigazione in Internet“.

Gli esperti informatici sottolineano che pop up, banner, file temporanei, potrebbero aver scaricato in automatico dati a luci rosse sul disco di Rossi, senza che ci fosse un controllo da parte dell’utente.

Rossi non cercò la parola ‘suicidio’

Il pm Nicola Marini, di turno il giorno in cui morì Rossi e che coordinò le indagini, in audizione ha dichiarato che David Rossi aveva cercato per 35 volte la parola suicidio. Per la Polposta non è così. L’assistente capo Augusto Vincenzo Ottaviano ha sottolineato infatti che “era iscritto a numerose newsletter da cui riceveva costanti comunicazioni in mail. La parola ‘suicidio’ o ‘suicida’ compare molte volte nella e-mail ma può essere usata in contesti diversi dal significato di togliersi la vita, per esempio su notizie finanziarie si può leggere di ‘suicidio bancario‘”. Comunque “non vedo ricerche volontarie della parola suicidio” sui motori fatte da Rossi, ha specificato.

Di Tursi riferisce inoltre che il 6 marzo 2013 Rossi aveva ricevuto sul suo indirizzo email, alle 16.39, un articolo su uno studio del 2012 in merito a “soldi, crisi economica e suicidi”. E alle 12.57 dello stesso giorno era stata visualizzata sul pc l’icona di un cappio, ma da un download automatico. 

L’anomalia della mail ‘Help’

In commissione è stata chiarita anche l’anomalia della e-mail, con oggetto ‘help,’ inviata all’ad Fabrizio Viola il 4 marzo 2013, ma con data di creazione del messaggio di posta il 7 marzo. Secondo Di Tursi c’è una spiegazione plausibile: la Polizia postale senese il 7 marzo 2013 chiese alla struttura informatica di Mps di estrarre la casella e-mail di Rossi: “In questa operazione la casella viene modificata e perciò troviamo la data del 7” anzichè del 4, dato che estrapolare dei dati può incidere sulla data di creazione.

Questa mail era stata trovata nell’hard disk danneggiato di un pc portatile di Rossi spento dal 20 febbraio 2013 fino all’ 8 giugno quando, dissequestrato e ridato ai familiari, fu riacceso.

L’esperto ha inoltre spiegato che è andata perduta e non è stato possibile recuperarla, nonostante più tentativi tecnici fatti, la copia forense di un computer portatile Hp usato da David Rossi, uno degli apparati informatici trovati nel suo ufficio dopo la sua morte.

Cancellata una telefonata

Un altro dettaglio è emerso oggi. “È stata cancellata dal registro delle chiamate una chiamata in entrata, ma non è specificato da che numero” ha affermato Stefano Frisinghelli. “Risulta la chiamata alle 21.54, il sistema software forense non ha registrato quando è avvenuto il comando di cancellazione“, ha precisato l’esperto.

Aggiungendo poi che “è stato cancellato dal registro chiamate questo tentativo tanto che, specifico, non è stata registrata alcuna numerazione e nemmeno il momento in cui la cancellazione dal registro è stata eseguita”.

“Abbiamo diritto alla verità”

Vogliamo sapere chi e perché ha cancellato la telefonata ricevuta sul cellulare di David Rossi alle 21.54. Ne abbiamo diritto! Abbiamo diritto alle verità!” Lo ha dichiarato all’Adnkronos l’avvocato Carmelo Miceli, legale di Antonella Tognazzi, moglie di David Rossi, e di Carolina Orlandi, figlia di lei, alla luce di quanto emerso nel corso dell’audizione della polizia postale.

Inoltre l’avvocato ha comunicato che chiederanno nuove operazioni sull’hard disk. “Inaccettabile che la Procura di Siena abbia lasciato che si rompesse un hard disk contenente la copia forense di uno dei portatili trovati nell’ufficio del Rossi. La Procura avrebbe dovuto garantire la catena di custodia di un reperto così importante. È chiaro che chiederemo nuove operazioni sui testi di questo hard disk“. Per poi aggiungere: “Vogliamo sapere se è vero che non esiste nessuna società al mondo in grado di provare a recuperare quel disco. E se c’è, ovunque questa si trovi, chiederemo alla procura di Siena di provare a consultarla” ha concluso.

Roberta Davi