Mai nessun attacco aperto alle ambizioni egemoniche cinesi o americane...
Multe contro Google e Meta: la strategia Ue contro i Big Tech si basa su cavilli e pazienza…
Perché quasi tutti usiamo Google per fare ricerche, inviare e-mail, scaricare app e avere indicazioni stradali? “Perché le sue prestazioni sono eccellenti”, è la risposta istintiva. In parte, però, è vero il contrario: le prestazioni di Google sono eccellenti perché l’abbiamo nutrito con una mole sterminata di dati usando in massa i suoi prodotti. In particolare, man mano che Android diventava il sistema operativo preferenziale degli smartphone, l’azienda di Mountain View costringeva i rivenditori di smartphone a pre-installare Chrome, Maps, Play Store, Gmail e gli altri suoi servizi. Certo, in teoria non era vietato scaricarsi le app della concorrenza, ma di fatto l’immensa maggioranza dei clienti ha sempre creduto che comprare uno smartphone Android comportasse in automatico l’obbligo di usare quelle di Google.
Questo trucco si chiama “abuso di posizione dominante”, e il diritto europeo lo considera illecito. Così, nel 2018, la Commissione europea aveva multato il gigante del web per oltre 4 miliardi di euro. Ne è seguita un’estenuante battaglia legale che si è conclusa nelle aule della Corte di Giustizia Ue, con un verdetto che farà storia: la multa è confermata, e il monopolio di Google, per sopravvivere, dovrà fondarsi su basi più oneste. Possono sembrare pochi spiccioli di fronte ai 160 miliardi di profitto netto che Alphabet (così si chiama oggi la multinazionale) macina ogni anno. Ma la sentenza segna un precedente. Già altri tribunali, l’ultimo dei quali in Svezia, hanno chiesto risarcimenti multimiliardari per le pratiche sleali di Alphabet, ad esempio ai danni dei siti concorrenti che fanno confronto tra prezzi. Inoltre, dal 2022 sono entrati in vigore nell’Unione il Digital Markets Act e il Digital Services Act, che moltiplicano i possibili appigli per iniziative analoghe, con risarcimenti che possono prosciugare fino al 5% del fatturato mondiale dell’azienda.
Se Atene piange, Sparta non ride: sfruttando il DMA e il DSA, la Commissione europea ha già messo nel mirino Meta (la corporation di WhatsApp, Instagram e Facebook) e soprattutto TikTok, la app di video brevi posseduta e programmata direttamente dal partito comunista cinese. Proprio il caso di TikTok è illuminante: definita da alcuni “l’arma batteriologica del XXI secolo”, secondo autorevoli studi ha causato ansia, insonnia, perdita della memoria e indebolimento delle capacità logiche in milioni di giovani occidentali, imbottendoli nel frattempo di propaganda politica favorevole a Pechino e ai suoi vassalli. È, quindi, un’emergenza di sicurezza nazionale sia in Europa che negli Usa. Tuttavia, sulle due sponde dell’Atlantico è stata affrontata in modi diversi. Se Trump ne ha forzato la vendita a una cordata di imprenditori a lui vicini, per sfruttarne la capacità narcotizzante a suo vantaggio, l’Unione europea ha preferito cercare un pretesto oggettivo di tipo sanitario: l’ha definita “addicting by design”, ovvero “programmata apposta per causare dipendenza”, aprendo un’indagine nel segno della protezione dei minori e di altri soggetti fragili.
Di fronte allo strapotere delle piattaforme digitali, insomma, Washington può permettersi un approccio muscolare: “O diventate mie alleate o vi tratterò come mie nemiche”. Lo dimostra anche il brusco ultimatum lanciato ad Anthropic, la nota azienda di modelli IA: se non concederà i suoi modelli al Pentagono per usi bellici, verrà esclusa da qualsiasi appalto federale. Bruxelles, ovviamente, è troppo debole per ingaggiare uno scontro frontale del genere, tanto più nel momento in cui le Big Tech americane sono protette dalla Casa Bianca e quelle cinesi sono coperte dal regime. D’accordo, l’Unione ha più forza contrattuale di quanta ne avrebbero i singoli Stati (se 58 milioni di italiani perdessero l’accesso a Google sarebbe un problema per loro, mentre se mezzo miliardo di europei perdesse l’accesso a Google sarebbe un problema per Google). Ma è comunque costretta alla prudenza e al tatto. La sua campagna contro le Big Tech deve risultare il più possibile impolitica, ammantandosi di motivazioni tecnicistiche e formali: l’abuso di posizione dominante qua, l’effetto drogante sui minorenni là, mai nessun attacco aperto alle ambizioni egemoniche cinesi o americane.
Non sappiamo se questa strategia funzionerà: sappiamo però che, al momento, è l’unica che possiamo permetterci. Il nostro settore tech è fiorente, ma sconta ancora un mercato dei capitali asfittico e 27 legislazioni diverse, per cui dipende cronicamente dai finanziamenti a stelle e strisce e spesso deve far migrare Oltreoceano i suoi migliori campioni. Finché non avremo eliminato questi colli di bottiglia, ci toccherà stare sulla difensiva. E starci con cautela.
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