In Campania è in atto una vera e propria strage delle imprese che chiudono i battenti nel silenzio e nell’indifferenza della politica. Fuori dai cancelli delle aziende restano le storie di famiglie e imprenditori che guardano andare in fumo i sacrifici di una vita. Il Riformista ha avuto in anteprima i dati sulla situazione delle imprese del nostro territorio. Confesercenti Campania fornisce numeri da brividi: in due anni solo nella città di Napoli sono fallite 20mila attività.

Se pensiamo che da Roma, Confcommercio nazionale ha fatto sapere che negli ultimi nove anni in tutto il Paese sono fallite 100mila attività, il numero acquisisce una rilevanza ancora più drammatica. Fallimenti dovuti soprattutto, se non solo, all’emergenza pandemia che tra il 2020 e il 2021 ha affossato le migliaia di imprese partenopee.  Ma il dato davvero angosciante riguarda il futuro della nostra economia. Il 28 febbraio, cioè pochi giorni fa, più di 78mila imprese campane sono state segnalate alle banche nella casella delle attività guidate da imprenditori che risultano cattivi pagatori. Perché? Perché non sono riusciti a pagare mutui, leasing e rate dei prestiti. Parliamo di poco meno di 100mila imprese, che lo ricordiamo sono fallite in 9 anni, che ora rischiano di chiudere in un mese. Quello che non è successo in nove anni, sta per succedere in pochi mesi perché quasi tutte le attività coinvolte hanno già comunicato che purtroppo chiudere è l’unica soluzione che possono adottare.

Tutte le imprese entro il 31 dicembre di quest’anno sarebbero dovute rientrare di prestiti e mutui e pagare le banche: non ce l’hanno fatta, il Governo non ha modificato le regole e questo è il risultato. Ora, queste attività sono in ginocchio. Per due motivi principali. Innanzitutto una società che non paga le banche e viene iscritta nel registro dei cattivi pagatori non poterà più chiedere un centesimo agli istituti di credito e questo vuol dire non poter fare nuovi investimenti e crescere. In secondo luogo, queste stesse imprese non potranno usufruire dei fondi in arrivo dall’Unione Europea, fondi che la Ue darà alle regioni che a loro volta dovranno distribuirle tra le imprese del territorio.

«Ci sono delle regole che sono uno scempio – commenta Vincenzo Schiavo, presidente Confesercenti Campania e vicepresidente nazionale – le regole dicono che solo gli imprenditori in regola con il pagamento di contributi e rate potranno accedere ai fondi in arrivo. Ma dopo due anni di crisi chi è in regola? – si chiede Schiavo – Il settore dell’autotrasporto è completamente fermo, il turismo è paralizzato da due anni, le agenzie di viaggio non lavorano praticamente più, il 50% degli alberghi è chiuso, per noi parlare dei B&B: il 75% non ha più aperto. In grande difficoltà anche il settore dell’abbigliamento: in Campania più della metà delle imprese ha dichiarato di essere in grave difficoltà». E non va meglio nel resto del Paese. Secondo Confcommercio, delle 100mila attività fallite negli ultimi nove anni, 85mila sono negozi fisici, di cui quasi 4.500 durante la pandemia.

Secondo l’analisi, infatti, oggi i consumi in termini reali sono sotto i livelli del 1999 e lo stesso parametro in termini pro capite si colloca sotto i valori del 1998, cioè 17.297 euro del 2021 contro i 17.708 euro di 25 anni fa. Una situazione destinata a peggiorare. «Il Governo il 31 dicembre ha praticamente lasciato gli imprenditori con il cerino in mano – conclude Schiavo – stiamo dicendo da mesi di attivare la moratoria e far slittare le scadenze degli imprenditori. Ma nulla è stato fatto. Ora in Campania quasi 100mila imprenditori si troveranno a dover fare una scelta dolorosissima: o troveranno il modo di pagare le banche oppure interverrà Equitalia pignorando i loro beni. Non è accettabile: Roma intervenga subito».

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Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.