Il Covid-19 asfalta l’economia, le imprese sono con l’acqua alla gola, gli incassi rasentano lo zero e lo Stato cosa fa? Invece di aiutare imprenditori e commercianti sospendendo o riducendo le tasse, le alza: nell’ultimo anno il 60% dei Comuni italiani ha aumentato la tassa sui rifiuti (Tari). A rivelarlo è il Rapporto Rifiuti 2020 di Confcommercio. Locali deserti, cucine chiuse, zero rifiuti ma una tassa altissima da pagare: un paradosso senza precedenti al quale se ne aggiunge un altro. In Campania, infatti, si paga molto per avere un servizio che vale poco. La regione amministrata da Vincenzo De Luca non raggiunge la sufficienza (sei punti) per la qualità del servizio erogato. E il capoluogo campano fa anche peggio: in una scala da uno a dieci punti, Napoli ne riceve solo due per il servizio che offre.

Sebbene regione e città non riescano a gestire il ciclo dei rifiuti in modo decente, la tassa sui rifiuti è alle stelle, molto più alta che altrove. Lidi, piscine e impianti termali a Napoli pagano 5,50 euro a metro quadrato, a Venezia solo 2,96. Anche per autosaloni, fiere e superfici espositive in genere la Tari costa più a Napoli che altrove: 5,30 euro a metro quadrato contro i 2,07 di Milano e i 4 euro di Venezia. Non va meglio per gli albergatori partenopei che dispongono anche di un ristorante all’interno della propria struttura: pagano 5,20 euro al metro quadrato contro i 4,60 di Milano. Va peggio agli alberghi napoletani senza ristorante: per loro la Tari costa 10,30 euro al metro quadrato, mentre gli imprenditori milanesi ne pagano 3,60 (cioè circa un terzo) e quelli di Venezia 8,50. I titolari dei negozi abbigliamento, di calzature, librerie, cartolerie e altri beni durevoli, invece, a Napoli pagano 10,80 al metro quadrato, a Milano solo 4,80 (cioè la metà). E i titolari di bar, caffè e pasticcerie? Nel capoluogo campano sborsano 28,20 euro al metro quadrato; i romani 20,80 e i milanesi 16,60. Stesso discorso per la Tari pagata dai gestori di ristoranti, trattorie e pizzerie: a Napoli pagano 37 euro a fronte dei 25 previsti a Milano.

Forse nelle altre città si paga poco perché il servizio erogato è peggiore di quello garantito a Napoli? No, anzi. Nella scala da uno a dieci, Milano riceve sei punti, Roma quattro e Venezia sette. Decisamente meglio di Napoli che non va oltre i due punti. «Tra le tasse, la Tari è probabilmente quella più iniqua per le imprese – spiega Pasquale Russo, direttore generale di Confcommercio Campania – Negli ultimi sei anni è aumentata dell’80 per cento e a Napoli si paga una tariffa tra le più alte in Italia. E si paga sempre e comunque, indipendentemente dalla qualità del servizio restituito alle imprese. L’abbiamo pagata durante gli anni dell’emergenza rifiuti e la paghiamo oggi che le imprese sono chiuse, com’è possibile?». Tasse così alte e servizio pessimo danno il colpo di grazia a un’economia già in ginocchio a causa del Covid. Napoli ha accusato il colpo in maniera drammatica: nel secondo trimestre del 2020 sono state 5.700 le imprese che hanno chiuso definitivamente i battenti, 108 quelle che hanno dichiarato il fallimento e 3.700 quelle che hanno intestato la società ad altri soggetti. In questo quadro drammatico appare assurdo l’aumento della tassa sui rifiuti che in Italia, secondo il dossier di Confcommercio Campania, ha raggiunto il livello record di 9,73 miliardi crescendo dell’80% negli ultimi dieci anni.

La strategia per salvare le imprese? «Sostegni più robusti, veloci e coerenti con le esigenze delle imprese – suggerisce Russo – Bisognerebbe varare una misura compensativa efficace sui fitti e una politica creditizia in grado di consentire alle imprese di continuare a utilizzare la leva del finanziamento bancario. Inoltre  andrebbe fiscalmente tenuto conto dell’enorme magazzino che le imprese hanno accumulato per effetto del crollo delle vendite». Nel frattempo, schiacciati dalle spese da sostenere, ieri i commercianti napoletani hanno alzato le saracinesche delle rispettive attività esponendo in vetrina slip e calzini per protestare contro l’apertura dei negozi di intimo, gli unici ai quali è consentito lavorare anche in zona rossa. Oggi, invece, 800 piccoli imprenditori iscritti a Confesercenti faranno sentire la loro voce in Piazza del Plebiscito.