In un’audizione presso la commissione Finanze della Camera la Banca d’Italia ci ha informati che negli ultimi anni le imprese italiane, quelle che sono sopravvissute alle crisi, hanno rafforzato la loro struttura patrimoniale, ma son rimaste piccole. Questo fatto, ci ricorda Banca d’Italia, riduce la possibilità di «migliorare la qualità delle prassi gestionali, di beneficiare appieno dei vantaggi connessi con l’adozione delle nuove tecnologie, di affrontare con efficacia le sfide della transizione ecologica, di investire in capitale umano».

Da un quarto di secolo, –è bene sempre ricordarlo- l’Italia è il paese con la più bassa crescita al mondo (se si eccettuano paesi squassati da guerre civile o catastrofi naturali); il nostro pil procapite, prima del Covid, era uguale a quello di venti anni fa. Le ragioni di questa stagnazione sono molte e molto complesse, ma alla fine tutte le spiegazioni collassano sulla struttura delle imprese. La crescita non la porta la cicogna, diceva un antico slogan di Confindustria; la crescita la fanno le imprese. Vero. Ma è vero anche il contrario. Se non c’è crescita, vuol dire che le imprese non funzionano. Tante piccole imprese italiane ci sembrano dei miracoli e forse lo sono. Inventano prodotti per nicchie di mercato piccolissime; combattono tutti i giorni una guerra per la sopravvivenza contro ostacoli burocratici di ogni tipo.

Ma così non si può andare avanti a lungo. L’impresa padronale o famigliare è il calabrone che ha volato per tanto tempo, ma ora non ce la fa più. Queste imprese sono del tutto inadatte a vincere la concorrenza su mercati aperti nell’era della digitalizzazione e della trasformazione ecologica. Queste imprese continuano a cercare periti industriali, quando invece servirebbero fior di laureati per fare ricerca e anche per fare la gestione di realtà che non possono non essere molto complesse. Sarebbe però sbagliato prendersela con gli imprenditori come se essi non capissero che c’è una strada facile per vincere la concorrenza internazionale. Questa strada facile non esiste. Se esistesse qualcuno l’avrebbe già percorsa.

La domanda da farsi è come mai le imprese che sono sopravvissute a tante crisi degli ultimi decenni sono, nella grande maggioranza, piccole. Vale la pena di ricordare che negli anni Settanta c’erano fior di grandi imprese, quelle che sedevano nel salotto buono di Mediobanca e, per molti anni, hanno fatto il successo del capitalismo italiano, hanno creato sviluppo e benessere e sono state il traino per migliaia di piccole imprese. La risposta non può che essere che questo non è un paese per grandi imprese, o comunque non lo è più. Chiunque parli di imprese in Parlamento deve parlare di piccole imprese; e viene redarguito o, se va bene, rimane inascoltato chi provi a dire, ad esempio, che il Fondo di garanzia per il credito dovrebbe andare anche a favore delle medie imprese, quelle che fanno il grosso delle nostre esportazioni.

Viene subito avanzato il sospetto che abbia interessi per questa o quella azienda. La cultura corrente consente di dire bene delle piccole imprese; sono le uniche che devono essere difese e tutelate. Il Movimento Cinque Stelle è il massimo esponente di questa cultura; per i Cinque stelle è ancora vero che “piccolo è bello”, mentre la verità è che solo con le grandi imprese si possono affrontare le grandi sfide della ricerca, della trasformazione ambientale e della competizione internazionale. Ecco un tema sul quale Enrico Letta potrebbe aprire un utile confronto con il nuovo partito, se si costituisce, di Giuseppe Conte.