Quando Nino D’Angelo pubblicò il suo primo album, A’ storia mia, le radio “più importanti” non lo passavano: un amico che aveva messo sue canzoni in una radio di Casoria entrò in conflitto con il direttore e si licenziò. Mentre D’Angelo cantava nei teatri da Londra a Brooklyn, da Berna a Parigi, in quelli di Napoli trovava poco spazio. Quando decise di omaggiare Sergio Bruni al San Carlo: apriti cielo. Ricorda che solo lui e Gigi D’Alessio non vennero invitati tra i napoletani al grande concerto Pino è in memoria di Pino Daniele. Dopo aver riempito l’Olimpia di Parigi un giornalista di un quotidiano napoletano gli disse che “fenomeni come lei possono diventare pericolosi e bisognerebbe reprimerli”.

E invece Nino D’Angelo, con tutta quanta la strada che ha fatto, la sua storia “’e nisciuno”, è tornato a 45 anni da quell’esordio con un album di inediti e un libro, entrambi dal titolo Il Poeta che non sa parlare, che anticipano il suo tour che partirà il prossimo marzo. Ad anticipare tutto il progetto il singolo Voglio parlà sulo d’ammore: e di cos’altro sennò dopo i mesi chiusi in casa per l’emergenza covid-19, a spezzare la paura a quattro mani con la moglie Annamaria, a trovare sui social il sostegno del “popolo delle mie canzoni”, come lo chiama lui.

Quasi mezzo secolo di canzoni: dall’infanzia in quella terra di “scarpari” di San Pietro a Patierno, poi a Casoria, figlio di un calzolaio (appunto) e di una casalinga, primo di sei figli, detto “semmenzella” o “miezzumetro” per l’esile corporatura – e infatti volevano farlo sempre mangiare; quando arrivava un medico in casa per qualcuno facevano visitare anche lui, a prescindere. Il padre una volta gli indicò una bicicletta “bellissima” e quindi lo atterrò subito: “Questa non te la potrai mai comprare!”.

E infatti lui voleva imitare il padre, fare il calzolaio, ma il nonno lo faceva sedere sulle gambe e gli cantava le canzoni napoletane, uno zio detto “o’ uallaruso” lo fece esordire a una festa e da quando cantò al matrimonio di un amico di famiglia cominciò a convincere perfino il padre. È un’autobiografia svelta e ricca di ricordi, di episodi memorabili, qualche rimpianto e un pugno di rancori, battute e aneddoti che come spesso succede con Napoli fanno passare dalla tragedia alla farsa, e viceversa, in poche righe.

Si va dai matrimoni a Goffredo Fofi, dalla povertà a Sanremo, da Miles Davis a Maradona (la nuova Campiò campiò è dedicata al Pibe de Oro), dalla professoressa che lo descrisse come “il poeta che non sa parlare” alla ferrovia dove vendeva i gelati, dalla depressione alla galassia dei neomelodici, dalla sceneggiata a Mario Merola, dalla genesi del caschetto alla svolta world. Una vita intera e incandescente, per una buona porzione ai margini, attraversata con un’unica tuta ignifuga: la musica, il canto: “’e rose mmocca” della sua voce, come disse il suo primo discografico. E Napoli ovunque, sempre, intorno e soprattutto dentro.

Anche se la Camorra gli sparò in casa – “uno dei colpi sfiorò la culla dove dormiva mio figlio Vincenzo” – e lui in un giorno prese e scappò a Roma. Dalla città cui doveva tutto e che pure lo ha allontanato, guardato con sospetto se non spregio, sminuito come quando dopo una tornata elettorale venne sollevato senza tanti complimenti dalla direzione del Teatro Trianon di Forcella: arrivederci e grazie. Questioni di classe, nella città del vicolo che però sa essere, da un quartiere all’altro, anche la metropoli più diseguale d’Italia nell’istruzione, nella mortalità, nell’occupazione.

E infatti: “Sono fiero di restare il cantante di questa Napoli. Sono stanco al tempo stesso però di essere considerato l’artista solo di una certa parte della città. Sono stato sdoganato mille volte … ma aspetto ancora di passare la dogana”. Napoli che mentre Nino D’Angelo riempiva l’Olimpia di Parigi “al massimo, con tutto il rispetto, riuscivo a cantare al Teatro Arcobaleno di Secondigliano”. Napoli che quando al suo compleanno arrivò Sophia Loren “qualche parente invidioso disse persino che non era la Loren”. E quindi i quarant’anni D’Angelo decise di festeggiarli a Scampia, allora “quartiere simbolo delle periferie”, invece che a Piazza del Plebiscito. I 60 no: i 60 allo Stadio San Paolo, che Ciucculatina d’a ferrovia l’ha scritta per tutti, per tutta Napoli, mica solo per “il popolo delle mie canzoni”.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.