Palermo, 23 maggio 2026. Dal piazzale del Tribunale — del Tribunale, si noti bene — il dottor Nino Di Matteo, sostituto procuratore nazionale antimafia, lancia la sua accusa davanti a ottomila persone in corteo. Il 23 maggio e il 19 luglio rischiano di diventare «parate istituzionali di sepolcri imbiancati che fingono di commemorare Falcone e Borsellino mentre durante l’anno non fanno nulla per aiutare i magistrati a scoprire le verità che ancora mancano, o ostacolando addirittura il processo che le riguarda». Ha aggiunto: «una parte significativa del Paese e delle istituzioni vuole archiviare per sempre alcune pagine importanti». Parole pesanti come pietre, ha scritto qualcuno. Pesanti, sì. Ma su chi cadono?

Ecco la domanda che nessuno tra gli ottomila plaudenti ha rivolto al dottor Di Matteo: chi sono, esattamente, questi sepolcri imbiancati? Chi sono i rappresentanti istituzionali che «ostacolano i magistrati»? Il dottor Di Matteo non lo dice. Lancia l’accusa, raccoglie gli applausi, e lascia che il sospetto si spanda — indistinto, incontrollabile, inconfutabile — su chiunque indossi una fascia tricolore o sieda in un’aula di tribunale. È la tecnica dell’insinuazione en masse: accuso tutti, condanno nessuno in particolare, e così nessuno può rispondermi. Ma c’è un problema non da poco. Il dottor Di Matteo è un’istituzione. È sostituto procuratore nazionale antimafia: magistrato in servizio attivo, che esercita una funzione pubblica retribuita dallo Stato, nell’ambito di un organo dello Stato. Quando afferma che «una parte significativa delle istituzioni» ostacola la ricerca della verità, sta accusando — in modo generico e incontrollabile — lo stesso apparato di cui fa parte integrante. Se ha elementi concreti, li usi: si chiamano denuncia, esposto, notitia criminis. Ha la scrivania giusta per depositarli. Se invece non li ha, allora le sue parole dal piazzale del Tribunale non sono un atto di coraggio: sono una delegittimazione indiscriminata delle istituzioni repubblicane, pronunciata in servizio, sotto gli applausi di chi non chiede prove ma vuole sentire che lo Stato è marcio.

La verità su Via D’Amelio non venne fuori da un palco: venne fuori da anni di processi, da nomi messi agli atti, da sentenze. Da Spatuzza che parlò. Dai giudici che scrissero. Non dai cortei. La domanda resta una sola: dottor Di Matteo, lei ha le prove di quanto afferma? Se sì, faccia i nomi. Li scriva in un atto. Se no, si ricordi che i sepolcri imbiancati — lo dice il Vangelo da cui ha preso in prestito la metafora — sono belli di fuori ma di dentro pieni di ossa. Attento: quella metafora ha molti specchi.

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