Sono sorpresa nell’apprendere che Milena Gabanelli ha visitato tante carceri italiane ed europee, perché chi conosce i problemi della detenzione difficilmente potrebbe mai, specie in un momento delicato come questo, dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere, lanciare un allarme del tipo “Con le celle aperte aumentano le violenze”. La visita di oggi del presidente Mario Draghi e della ministra Marta Cartabia all’Istituto di pena avrà sicuramente il significato opposto, come è nello stile di ambedue e nelle proposte concrete presentate al Parlamento nel programma di riforma della giustizia.

È una linea di tendenza che pare la prosecuzione dell’attività di Santi Consolo, quell’ex capo del Dap la cui circolare del 2015 è stata presa di mira nell’articolo di Milena Gabanelli, quasi che il magistrato avesse avuto l’intenzione di rendere le prigioni un colabrodo con porte e finestre sempre spalancate e i detenuti in una sorta di autogestione sessantottina permanente. Non è così, e la solidarietà arrivata pubblicamente e in privato ieri all’ex presidente del Dap ne sono la dimostrazione. Se ho suggerito alla collega Gabanelli di rivolgersi al dottor Caselli è perché nella stessa giornata e sullo stesso Corriere della sera che ha pubblicato il suo articolo l’ex procuratore di Palermo (che è stato a sua volta capo del Dap) parlando delle esperienze della casa di reclusione di Torino scrive l’esatto contrario, valorizzando proprio quelle esperienze di “apertura” che nell’articolo di Gabanelli sono citate come origine di violenze.

Quanto ai numeri e alla loro fonte, preciso di non averli mai definiti “falsi”, dal momento che non so da dove provengano né chi li abbia forniti alla giornalista. Ho invece detto che sono “falsificati” se non inseriti nel contesto, su cui il dottor Consolo era quasi maniacale, della trasparenza dei fatti e delle denunce. Quanto alla fonte, e sorvolando sul comunicato elogiativo del sindacato di polizia penitenziaria Uilpa che pare quasi rivendicare l’ispirazione dell’articolo, non vedo in nessuna parte del testo né di titolo, occhiello e sommario la dicitura “Ministero”, né altro. Solo nella parte degli schemi disegnati e non “in evidenza” ma scritto molto piccolo, e solo sotto ai numeri del sovraffollamento, vedo finalmente la “fonte”. Sarà sicuramente un problema di mia distrazione.

Continuo a pensare che i numeri che contano siano altri. Sono quelli della Commissione del Ministero di giustizia, sono quelli dati dal Garante per le persone private della libertà lo scorso 21 giugno alla Camera. Sono la quotidianità che crea disperazione e a volte conflitto e violenza. Sono i richiami costanti, almeno uno all’anno, che arrivano all’Italia dalla Cedu. La violenza non nasce nelle carceri come un fungo dopo il temporale, ma è figlia di un ammassamento da carro bestiame, vere pattumiere, quel che sono ormai le nostre prigioni. I conti sono presto fatti. Se i posti disponibili, cioè concreti e non sulla carta, sono circa 47.500 e in quello spazio ci ficchi 53.600 persone, vuol dire che alcuni stanno accatastati sugli altri, forse non hanno neanche un letto. Non occorrono due lauree per capire che in uno spazio ristretto quale è quello che comunemente si chiama “cella”, soprattutto quando fa caldo, e ancor di più in momenti come quelli di un anno fa (ma che potrebbero tornare) in cui tutti avevamo paura del contagio, possano nascere nervosismi e litigi. E proteste, e anche sfoghi di rabbia, e violenza sulle cose.

Ma è perché si è chiusi, perché la “cella” che dovrebbe essere solo il luogo dove andare a dormire, diventa spesso il posto ristretto dove trascorrere 20-22 ore al giorno. Oltre a tutto, un terzo almeno di questi 53.000 è composto da innocenti, persone in custodia cautelare che non hanno ancora avuto un processo. Ogni anno sono almeno 8.000 le persone che avanzano richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione. Tra i condannati, cioè i “cattivi”, 26.385, cioè circa la metà, devono rimanere in carcere per meno di tre anni. E 7.123, in gran parte tossicodipendenti, sono stati condannati e meno di tre anni. Dovrebbero stare altrove e con altri percorsi. E speriamo che il Parlamento approvi il piano della ministra Cartabia che prevede pene sostitutive di quelle detentive brevi, l’ampliamento della non punibilità nei casi di particolare tenuità del fatto, la sospensione del provvedimento con la messa alla prova e, nei casi in cui sia possibile, l’accesso alla giustizia riparativa. Sfollare, sfollare, questo è l’unico allarme da lanciare.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.