“Non ne posso più”. Sara Pedri aveva mandato un audio all’amica Celeste raccontandole il suo inferno a lavoro. Non era questa la vita che aveva immaginato quando si era trasferita da Forlì, dove viveva, a Cles, cittadina del trentino dove era stata destinata in un primo momento al reparto di ginecologia. Ma quel reparto a causa del Covid aveva chiuso e Sara era stata destinata all’Ospedale Santa Caterina di Trento, nel reparto diretto da Saverio Tateo.

“Aveva scelto il reparto di ginecologia di Cles, anche pensando di poter esser vicina alle montagne e andare a sciare”, ha raccontato la mamma di Sara ospite del programma “Chi l’ha visto?”. Alla puntata ha partecipato tutta la famiglia Pedri, la mamma Mirella, il padre Stefano, la sorella Emanuela e l’avvocato Nicodemo Gentile, dell’associazione Penelope, che si occupa di persone scomparse. Una puntata avvenuta a qualche ora dalla notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati per la scomparsa di Sara di Saverio Tateo, l’ex primario del reparto di ginecologia dell’ospedale Santa Chiara di Trento e la sua vice Liliana Mereu. I due sono accusati di maltrattamenti sul posto di lavoro.

Sara non nascondeva il suo grande malessere dopo aver iniziato a lavorare da pochi mesi in quel reparto. “Non ti nascondo che ci sono stati momenti piuttosto bui – raccontava all’amica Giovanna – È un altro mondo. Tutto viene fatto diversamente da come ero abituata. Arrivo per la guardia di 12 ore, e non mi alzo dalla sedia se non per fare la visita. Non bevo, non mangio, non faccio pipì. Considera che pranzo due volte a settimana, quando non lavoro”. Nei messaggi alle amiche e alla famiglia “Chi l’ha visto?” ricostruisce un crescendo di malessere e insofferenza culminata poi con la scomparsa di Sara il 4 marzo.

E sempre a Giovanna raccontava anche che anche la sua vita sentimentale stava subendo i contraccolpi di quella situazione. “Con Guglielmo è dura. Gli chiedo scusa tutti i giorni. Io voglio stare con lui, ma è dura. Non ci sentiamo tutto il giorno, se non la sera”. A questo si aggiungevano gli insulti ricevuti, “lo schiaffo alla mano ricevuto il 20 gennaio” prima di essere allontanata dalla sala operatoria davanti ai colleghi, il clima tagliente in reparto, gli orari durissimi.

Vessazioni continue che 15 medici e infermieri della ginecologia di Trento hanno denunciato, e che Tateo ha sempre respinto, e che hanno fatto scattare il sospetto che ciò che succedeva in quel reparto possa aver influito sulla scomparsa di Sara. Idea che la sorella, Emanuela Pedri, ha avuto sin dall’inizio. “Mi dà l’idea che episodi simili siano stati continui, dato che hanno portato all’annientamento dell’identità di mia sorella”, la conclusione di Emanuela Pedri.

“Da lontano non riuscivamo a renderci conto dello stato in cui era – ammette la mamma Mirella durante la trasmissione – ce ne siamo accorti solo il 19 febbraio, quando siamo riusciti a convincerla a tornare a casa, prendendosi malattia. Non dormiva la notte, aveva un calo ponderale, si mangiava le unghie, si abbracciava lo stomaco, guardava sempre in basso, non lasciava mai la sua camera e non stava in compagnia”. Già prima di vedere gli effetti del logoramento di Sara, la mamma era accorsa in aiuto alla figlia. “A inizio febbraio mi chiedeva aiuto, e noi da casa le abbiamo dato qualche consiglio per scrivere al direttore sanitario Luzietti di Cles. Lei ha scritto una lettera, ma non l’ha mai spedita”.

Chi l’ha visto ha letto in Tv il contenuto di quella lettera con cui Sara provava disperatamente a uscire da quell’incubo spiegandone i motivi. Parla delle lunghe distanze da percorrere da Cles, dove abitava a Trento, “anche con condizioni meteorologiche difficili e pericolose durante l’inverno”, del “carico di ore giornaliero dalle 6 alle 21, anche per più giorni a settimana”, delle difficoltà nel gestire tutto questo vivendo “sola, lontana dalla famiglia, e senza aiuto nella vita quotidiana”.

Menziona le “umiliazioni e mortificazioni” in reparto e la scarsa attenzione dei vertici al percorso di inserimento lavorativo di una giovane appena specializzata, fattori che hanno generato in lei “una paura mai provata nell’affrontare le pazienti e il lavoro inerente l’ostetricia, da provocare nel mio animo un’insicurezza e una debilitazione che hanno causato un forte calo di peso”. E poi la conclusione: “Ho tentato di andare avanti nella speranza di entrare a Cles – scrive – Dottore, mi aiuti, la prego, mi indichi come dovrei comportarmi. Lavorare a Cles era il mio sogno”.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.