Il fisco di cui sentiamo la mancanza ha le parole della nostra Costituzione. La nostra legge fondamentale non parla mai di “tasse”, termine generico e impreciso. Parla sì di “imposta”, termine autoritario che dà la sensazione di qualcosa di forzato, che cala dall’alto verso il basso, ma non come sostantivo. Ma lo fa solo per limitare questo rapporto di forza: «Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge» e, quindi, dai nostri rappresentanti. Un altro modo per esprimere il principio del no taxation without representation. La nostra Costituzione usa invece le parole “tributi”, “tributario” e “contributiva”, termini che possono evocare una situazione di soggezione. Ma così non è.

Essi infatti derivano dal verbo tribuere, “ripartire per tribù”, e ci riportano all’antica Roma, quando diventare cittadini significava essere assegnati a una delle tribù in cui si suddivideva la popolazione. Con tale assegnazione si acquisiva un diritto e si assumeva un dovere: il diritto di votare nei comizi, per tribù, appunto; il dovere, se abili alle armi, di partecipare alla copertura delle spese con una somma che era il tributum. Già allora, oltre 2000 anni prima della rivoluzione americana, cittadinanza, voto e “tasse” erano collegati. E i cittadini partecipavano, anzi, con-tribuivano tutti insieme, in parallelo, in con-corso gli uni con gli altri. Proprio come oggi prevede la nostra Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Due volte “con”, due volte “insieme”. Tutti. “Tutti” è la seconda parola chiave del fisco di cui sentiamo la mancanza e ci rimanda al principio fondamentale di qualunque costituzione democratica e liberale: l’uguaglianza. In campo tributario, l’uguaglianza può essere declinata in diverse accezioni, tutte con riflessi assai concreti sulla progettazione e realizzazione di un sistema di prelievi: tutti devono contribuire; tutti lo devono fare in misura uguale se uguale è la loro capacità contributiva e diversa se essa è diversa; tutti devono poterlo fare quanto più possibile in autonomia tramite procedure semplici e a disposizione di tutti; tutti devono poterlo fare grazie a regole omogenee e conoscibili.

Il dovere di contribuire applicato a tutti comporta una necessaria limitazione dell’erosione fiscale e un contrasto dell’evasione fiscale. L’erosione deve essere limitata non solo per il suo ammontare e per i privilegi e le discriminazioni che di per sé produce, spezzettando il sistema in sottosistemi separati, ma anche perché essa è il prodromo dell’evasione fiscale: come scrisse Cesare Cosciani, «chi vede altri andare immuni da oneri fiscali senza giustificato motivo trova una valida giustificazione per creare per sé, illegalmente, quel privilegio che la legge concede ad altri lecitamente». L’evasione fiscale, però, non può essere oggetto di una “lotta”, a meno di non immaginarsela come un safari in una giungla di 40 milioni di contribuenti, di cui almeno cinque o sei milioni a rischio di evasione. La difficoltà dei controlli ex post è nel fatto che chi può evadere ha un vantaggio informativo rispetto al fisco, in quanto detiene tutti i dati di cui il fisco avrebbe bisogno per le sue verifiche. Costruire, con la fatturazione elettronica, lo scontrino telematico, la tenuta dei registri Iva, delle banche dati e incrociarle per analizzarle con il data mining, permette di rilevare per tempo le vere anomalie, i veri evasori, evitando di angariare con rilievi formali o infondati i contribuenti che già si palesano, al limite correggendo i loro errori prima che producano sanzioni o interessi.

La strada per attivare la dissuasione contro l’evasione è un fisco molto ben informato e non la strada delle ispezioni o armati con la frusta delle sanzioni. Solo se le basi imponibili delle principali imposte – sul reddito e sul valore aggiunto – saranno il più possibile omnicomprensive, con erosione ed evasione ridotte al minimo, sarà possibile decidere come e quanto “informare” il sistema tributario al criterio di progressività, cioè dargli la “forma” progressiva che impone la Costituzione. E qui bisogna essere chiari. Non basta un solo tributo, anche importante, leggermente progressivo perché sia progressivo il sistema. Razionalizzazione di esenzioni e agevolazioni, riduzione dei regimi cedolari e forfettari, revisione del catasto, redistribuzione dei prodotti tra i panieri Iva sono i passaggi necessari per creare le basi su cui poi si potrà decidere, in base all’ammontare di redistribuzione desiderata e al gettito necessario, quante e quali aliquote applicare.

Tenendo altresì conto della redistribuzione fatta tramite la spesa pubblica che le imposte finanziano: ancor più che il sistema tributario è l’insieme di sistema tributario e sistema di welfare (tax and benefit) che deve essere redistributivo. E, magari, per aumentare il peso dei tributi progressivi all’interno del sistema, si potrebbe pensare ad abolire o ridimensionare prelievi esistenti che non possono essere progressivi. Calcolare e pagare le tasse è un lavoro complesso in tutti i Paesi del mondo, almeno di quello che si definisce avanzato. Lasciare i cittadini soli di fronte agli adempimenti crea una disparità di trattamento fra chi si può permettere un consulente all’altezza e chi no. Per questo il Fisco deve informatizzarsi al massimo grado ed essere l’avanguardia della pubblica amministrazione, di cui rappresenta l’interlocutore più frequente per i cittadini.

Per questo deve continuare ad accrescere il suo ruolo di fornitore di servizi, come sta già facendo con la dichiarazione precompilata, ampliandone il più possibile la portata. Per questo, laddove il dialogo diretto è ancora difficile, si devono coinvolgere caf e professionisti, le principali interfacce dei contribuenti, non solo nella gestione, ma anche nella progettazione del sistema tributario, con l’obiettivo della massima semplificazione. Il tutto in un quadro in cui il fisco sia non sovraordinato, ma equiordinato alla controparte, che è cittadino, non suddito. È cittadino e non un codice fiscale. Il cittadino è un contribuente alle spese, non è e non deve essere neanche visto come un mero pagatore di un balzello. In una società democratica l’obbligazione tributaria nasce dal contraddittorio, dal dialogo, dalla partecipazione solidale al bene comune, non dall’ordine autoritativo.

Ma uguaglianza di fronte al fisco è anche uguale accesso alla fonte del rapporto tra questo e i contribuenti, cioè alle leggi. È prioritario decomporre una legislazione tributaria così complicata e intricata in cui tutti, esperti compresi, si perdono. Un sistema in cui lo stesso legislatore ha dovuto alzare bandiera bianca prevedendo l’inapplicabilità delle sanzioni nei casi di obiettiva incertezza delle norme; un principio ormai accettato e sancito anche dalla Corte di Cassazione che ha dovuto ammettere l’ignoranza della legge. Pronipoti dei romani, dovremmo ricordare come sempre nell’antica Roma, le leggi furono trascritte nelle XII tavole affinché nella loro interpretazione i patrizi non si avvantaggiassero sui plebei, così dovremo ricondurre tutte le leggi tributarie in un codice chiaro e ordinato. Non è una questione estetica, ma di eguaglianza: tutti abbiano la stessa possibilità di accedere alle norme e di interpretarle secondo il proprio giudizio e di giudicarle, se opportune o superflue; tutti abbiano la stessa certezza di quali sono le norme vigenti; tutti siano soggetti a regole, se non uguali, almeno analoghe quando possono esserlo, indipendentemente dall’imposta pagata, e diverse quando devono esserlo.

Ecco perché il codice dovrà avere una parte generale (le “preleggi”, le definirono i costituenti) che regoli in modo omogeneo le fasi della procedura (accertamento, riscossione, contenzioso e così via) e una speciale che disciplini in modo specifico le singole imposte. Ma è anche riconoscere la parità fra contribuenti e Fisco: l’amministrazione non sta “sopra” il cittadino, espressione del potere, ma “accanto”, come organo ausiliario, strumento per consentire a tutti di contribuire alle spese pubbliche in modo meno complicato e più dialogato. Ed è anche lo strumento per raggiungere l’uguaglianza di posizione. La raccolta dei dati per la fornitura dei servizi elencati è la base di quel sistema di banche dati incrociate e collegate che può portare a ridurre la più clamorosa diseguaglianza fra i contribuenti: quelli che accettano di essere tali e quelli che si rifiutano, gli evasori. Ancora oggi valgono le parole pronunciate da Vanoni (?), che dovrebbero segnare la strada per il fisco di domani: «Il problema tributario è certamente il meno comodo e il meno simpatico, forse, ma pur tuttavia rappresenta nella vita politica di un Paese una delle basi più importanti della stabilità e dello svolgimento ordinato della vita sociale ed economica della collettività. Non vi è possibilità di un ordinamento democratico senza un ordinamento tributario serio e bene ordinato».

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricordato come la nostra Costituzione possa rappresentare la «cassetta degli attrezzi» per «rendere più giusta e sostenibile la nuova stagione che si apre». Ecco, in quella cassetta uno degli attrezzi del Fisco è l’articolo 53 della Costituzione che ancora oggi ci ricorda che «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva» e che il «sistema tributario è informato a criteri di progressività». Principi che sapranno guidare la mano del legislatore nella necessaria riforma del sistema tributario. A partire dal principio di uguaglianza.