La data spartiacque per Simona Vicari, allora senatrice e sottosegretario alle Infrastrutture nel governo guidato da Paolo Gentiloni, è il 19 maggio 2017. Quel giorno, infatti, a Vicari viene notificato un avviso di garanzia per corruzione nell’ambito dell’inchiesta “Mare Nostrum” che si dipana fra Palermo e Trapani. L’accusa è di quelle in grado di stroncare una carriera politica: aver sollecitato un emendamento per abbassare l’Iva sui trasporti marittimi dal 10 al 5 per cento, ricevendone in cambio un Rolex del valore di circa 5mila euro dall’armatore Ettore Morace, a capo della società di navigazione trapanese Liberty Lines che assicurava il 90% dei collegamenti con le isole minori in Sicilia.

Il primo a cavalcare la notizia è Luigi Di Maio, allora esponente di spicco del M5S e vicepresidente della Camera: “Se l’ex ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, si dimise per un Rolex senza essere indagato, in questo caso il sottosegretario Vicari, che è indagata e, guarda caso, è dello stesso partito, il partito dei Rolex, dovrebbe farsi da parte”. Quello stesso giorno, dopo aver spiegato che quell’emendamento andava “incontro alle esigenze dell’intero comparto marittimo” e che Morace ne avrebbe beneficiato “al pari di tutti i suoi colleghi che operano nel settore e senza alcun privilegio personale”, Vicari rassegna comunque le dimissioni da sottosegretario, spiegando che la sua permanenza nell’incarico “comporterebbe di affrontare quotidianamente una materia per la quale sono oggi sottoposta ad indagine”. Vicari, insomma, respinge le accuse e restituisce il Rolex, affermando di aver considerato quel prezioso orologio “un regalo di Natale” e di non avergli dato “alcun peso”, anche se, alla luce di quanto accaduto, osserva, “non lo accetterei”.
C’è chi, però, non si accontenta delle dimissioni. “Non mi soddisfano – spiega, infatti, il leader della Lega Matteo Salvini perché non bastano. Non basta chiedere scusa e dimettersi”. Ma Vicari è certa della sua innocenza, tanto che, quando la procura chiede al Gip di richiedere al Senato l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni telefoniche delle conversazioni tra Morace e Vicari, la senatrice di Alternativa popolare, partito di Angelino Alfano, non si oppone. Anzi, chiede che siano “immediatamente disponibili, senza aspettare la formalizzazione della relativa richiesta”.

Vicari, poi, si difende. “Tengo a far sapere ai cittadini – spiega – che non sono stata così determinante da modificare autonomamente, in barba a Commissioni e Parlamento bicamerale, la legge dello Stato. No. Ho solo contribuito, questo sì, a sottolineare che vi era una disparità sul pagamento dell’Iva tra il trasporto in gomma e quello via mare. Ho trasmesso le richieste della categoria di introduzione dell’Iva al 10% voluta poi al 5% non da me né dal Mit ma dal Mef. L’attenzione su tale problematica sollevata da Federlinea e Confitarma mi ha permesso quindi di portare avanti l’esigenza non già di una determinata azienda ma di una intera categoria”. Un’argomentazione logica. Tanto che, pochi giorni fa, il Tribunale di Trapani ha stabilito che non c’era corruzione e che, dunque, davvero si trattava di un regalo di Natale, assolvendo Simona Vicari con formula piena, perché il fatto non sussiste. Ma ci sono voluti nove anni (che diventeranno chissà quanti in caso di appello), tanti schizzi di fango e una carriera politica distrutta (Vicari oggi è consulente del governatore della Sicilia Renato Schifani). La si può chiamare giustizia?