Giustizia
I magistrati non vogliono andare in pensione. Addio alla toga a 72 anni? Il governo ancora sconfitto
Le proposte di pace vengono quasi sempre da chi è sconfitto. Il governo Meloni sembra considerarsi tale, dopo la vittoria del “No” al referendum sulla separazione delle carriere dei giudici. Sconfitto non dal voto dei cittadini e dalla loro legittima opinione, diversa da quella sostenuta e organizzata dall’esecutivo, ma sconfitto dalla magistratura. E questo è persino peggio della sconfitta al referendum, perché chiedere una pacificazione con il terzo potere dello Stato vuol dire legittimare che si era dichiarata guerra.
La proposta di pace del governo alla magistratura
Ma in che cosa consisterebbe la proposta di pace che il governo sembra avanzare nei confronti della magistratura? Ancora non c’è nessun atto formalizzato, ma si rafforza la voce che vorrebbe percorribile l’innalzamento dell’età pensionabile dei giudici, da 70 a 72 anni, una vecchia richiesta dell’Anm. E qui si aprono almeno tre questioni imbarazzanti.
I magistrati non vogliono andare in pensione
La prima riguarda la magistratura: in un mondo in cui tutti reclamano il diritto di andare in pensione il prima possibile, i giudici non vogliono appendere la toga al chiodo, ma pretendono di poterla indossare ancora più a lungo. Già i 70 anni sono una deroga – condivisa con poche altre categorie – ma aggiungerne altri due sarebbe un record. Insomma, i magistrati si rivelano attaccatissimi al loro “lavoro” e continuano a chiedere di poter esercitare ancora. Il mondo delle “pantere grigie” si allarga a macchia d’olio, soprattutto tra coloro che non consumano il fisico nella loro attività. Ma siamo sicuri che la mente sia ancora adeguata alle nuove sfide? Largo ai giovani? Macché!
I privilegi di una categoria
Il secondo motivo di imbarazzo riguarda il governo e i partiti che lo sostengono: dopo aver detto peste e corna – e con violenza verbale differenziata – della legge Fornero che innalza l’età di uscita dal lavoro, agganciandola all’aspettativa di vita, ora se ne accetta il principio, ma solo per una categoria “privilegiata”, riconoscendole il “privilegio” e la supremazia.
Pensione come tema di scambio
La terza questione che sconcerta è l’ennesimo utilizzo della pensione come tema di scambio, che nulla ha a che vedere con gli equilibri e la sostenibilità del sistema previdenziale. Come da decenni la pensione è vista ed erroneamente come ammortizzatore sociale, così diventa merce di scambio, questa volta nel Palazzo, tra due poteri che dovrebbero difendere la loro autonomia.
Qualcuno vorrebbe far passare l’iniziativa come figlia del pragmatismo: la macchina della giustizia ha bisogno di benzina, non solo di cancellieri e di sistemi informatici, ma latitano anche i magistrati. E allora? Allora visto che sfornarne di nuovi è difficile – è difficile persino fare i concorsi nel nostro Paese! – ci teniamo quelli che ci sono. Finché non saranno esausti e felici di esserlo. Ma che fine hanno fatto le migliaia di fuori ruolo? La risposta alla domanda sarebbe utile anche per spiegare un altro dietrofront del governo, in tema di giustizia. Uno dei temi qualificanti per una “giustizia più giusta” era quello dell’istituzione del Gip collegiale per decidere delle misure restrittive. Iniziativa assai sensata, sottoposta al Parlamento per averne il via libera entro l’estate: quando si tratta di decidere della libertà dei cittadini è opportuno affidarsi a una valutazione non personale, ma condivisa tra diversi membri. Tre meglio di uno, nonostante il “niet” annunciato dall’opposizione. Ma la retromarcia l’ha comunicata il ministro Nordio all’Anm: non se ne farà niente. Perché? Perché c’è carenza di giudici. Insomma, gli organici non sono sufficienti per lo status quo, figurarsi se si può sostenere una mini-riforma che graverebbe proprio sul numero di magistrati a disposizione.
Meloni incassa due gol
Se fossimo su un campo di calcio, il governo Meloni incassa due gol dai magistrati, dopo averne preso uno colossale dal Paese, con l’esito referendario. E li incassa con la coda fra le gambe, come chi ha capito chi comanda. E che il più forte non abita a Palazzo Chigi. Con buona pace di chi aveva creduto che la battaglia referendaria era solo la prima sfida all’Olimpo degli intoccabili. Il Palazzo ha vinto ancora. E i cittadini? Dovrebbero ripassare il motto del marchese del Grillo: “Io so’ io, voi non siete un c…”.
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