La cronaca dell’inquietante “visita” che, nella notte di venerdì scorso, ha subito in casa Aldo Torchiaro, la racconta lui stesso. Un’incursione anomala, chirurgica, in cui non è stato rubato nulla, ma che ha tutto il sapore di un avvertimento.

Il punto non è fare la conta dei danni, ma ragionare sul clima in cui ci troviamo a operare. Aldo è un cronista di razza che da anni mette le mani nelle questioni più delicate del nostro Paese, illuminando le zone d’ombra e gli snodi più critici nei rapporti tra politica e magistratura.

Un lavoro prezioso e scomodo, che gli è costato nel tempo una pioggia di querele temerarie. Che sono il classico strumento di chi, non potendo smentire i fatti, cerca di tappare la bocca a chi li racconta, provando a sfinirlo sul piano giudiziario ed economico. Al Riformista non siamo abituati ai retropensieri. Detestiamo i vittimismi e fuggiamo dalle facili ricostruzioni complottistiche, che lasciamo volentieri ad altre testate. Noi guardiamo i fatti. E i fatti oggi ci dicono semplicemente che c’è qualcosa che non va.

Quando all’intimidazione giudiziaria – formalmente legale ma palesemente pretestuosa – fa seguito un episodio materiale così strano e mirato, scatta un campanello d’allarme che non possiamo ignorare. Non riguarda solo un nostro giornalista, ma la libertà di chiunque faccia informazione in Italia senza fare sconti a nessuno. Se l’obiettivo di questo teatrino era mandare un messaggio obliquo per spaventare Aldo o per farci abbassare lo sguardo, chi lo ha concepito ha sbagliato indirizzo. Noi andiamo avanti a fare il nostro lavoro, senza retropensieri ma con gli occhi ben aperti, e più determinati di prima.