La libertà di stampa
Denunci le distorsioni della giustizia? Vai alla sbarra. Guai a chi esercita la critica al potere giudiziario
Menzioni un magistrato e rischi di finire in un’indagine per diffamazione aggravata
Da un po’ di tempo a questa parte, alcuni giornalisti di inchiesta e di cronaca giudiziaria sono finiti al centro dell’attenzione di magistrati in servizio e in pensione. La ragione è paradossale: nel loro lavoro di giornalisti hanno avuto l’ardire di riportare, nella ricostruzione dei fatti, soltanto documenti giudiziari pubblici.
In un ordinamento democratico, questo dovrebbe rientrare nella fisiologia del controllo diffuso del potere; e invece diventa motivo di esposizione giudiziaria. Si registrano casi che sfiorano l’assurdo: basta menzionare il nome di un magistrato in un articolo perché scatti un’indagine per diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 del codice penale, norma che punisce l’offesa alla reputazione altrui quando commessa attraverso mezzi idonei a garantire un’ampia diffusione – stampa, internet, social media – o mediante l’attribuzione di un fatto determinato. Ma qui si oltrepassa il confine: in assenza di elementi oggettivi di dolo o di falsità, il rischio è che l’articolo 595 si trasformi da presidio di tutela in strumento di pressione.
Il direttore del Riformista, Claudio Velardi, ha denunciato il caso di Aldo Torchiaro, giornalista la cui deontologia professionale è difficilmente contestabile. Da settimane vive una condizione di esposizione continua, quasi una forma di accerchiamento, alimentata da iniziative e segnali che hanno il sapore dell’intimidazione. Una situazione surreale: da un lato un cronista che esercita il proprio mestiere inseguendo la verità; dall’altro presenze opache, difficili da individuare, che sembrano muoversi nell’ombra con l’obiettivo di indurlo a fermarsi. Le ipotesi sulle ragioni di questo accanimento possono essere molteplici: aver toccato interessi sensibili, aver messo in discussione equilibri consolidati, aver scoperto nervi scoperti del sistema. Ma il punto non è il movente: è il metodo.
Quando il risultato è quello di mettere la mordacchia al giornalista, il problema diventa sistemico. Non è un caso isolato. Sono stati presi di mira, negli ultimi tempi, diversi cronisti della giudiziaria appartenenti a testate dichiaratamente garantiste, come Il Foglio, l’Unità e Il Riformista. Testate che, con accenti diversi, conducono una battaglia critica contro le distorsioni e sviste in alcune inchieste e abusi di potere che possono talvolta capitare come nel caso di Stefano Esposito. Ed è proprio questo, forse, il punto: la critica al potere giudiziario, quando esce dal perimetro dell’ossequio, viene percepita come una minaccia. Eppure, in uno Stato di diritto, la libertà di stampa non è un orpello, ma una condizione essenziale della democrazia.
L’articolo 21 della Costituzione garantisce il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Non è una concessione, ma un principio fondativo. E la libertà di informazione – soprattutto quella che indaga, verifica, mette in discussione – rappresenta un contrappeso indispensabile a ogni forma di potere, compreso quello giudiziario. Quando l’esercizio di questa libertà viene ostacolato, intimidito o addirittura perseguito, il rischio non riguarda solo i singoli giornalisti, ma l’intero sistema democratico. Perché una stampa intimidita è una stampa meno libera, e una stampa meno libera è una democrazia più fragile. Resta il fatto che, negli ultimi tempi, si moltiplicano i segnali di un tentativo di restringere gli spazi della libertà di espressione e di informazione. I primi a farne le spese sono i giornalisti, ma il danno si estende ben oltre le redazioni.
Di fronte a questo scenario, la politica appare spesso silente, quasi praticasse la politica dello struzzo. Il governo, dal canto suo, sembra limitarsi a reazioni episodiche e poco incisive, senza cogliere che ogni compressione della libertà di stampa finisce inevitabilmente per essere imputata anche a chi ha la responsabilità di garantire l’equilibrio dei poteri. Ragion per cui il Partito Radicale il 25 aprile ha organizzato una manifestazione a favore della libertà di stampa e nella difesa degli editori e giornalisti. Difendere la libertà di stampa oggi non significa tutelare una categoria, ma preservare uno dei pilastri della democrazia costituzionale. Perché senza un’informazione libera, critica e non intimidita, il diritto dei cittadini a conoscere – e dunque a scegliere consapevolmente – viene irrimediabilmente compromesso.
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