«Tutti i produttori di vino rivendicano proprietà magiche per la loro regione, ma l’Etna è davvero uno dei terrori più straordinari del mondo. Ecco perché tanti produttori di vino, come dei pionieri, si stanno ancora dirigendo laggiù per attingere al fascino del capriccioso vulcano». Così scrive di recente, sulla rivista specializzata Club Oenologique, Adam Lechmere, giornalista che scrive di vino da 20 anni e che ha collaborato con Decanter e The Guardian.

D’altra parte, l’Etna è uno dei vulcani più attivi del mondo: le frequenti eruzioni – come quelle di questi giorni – producono diverse colate laviche che, tuttavia, raramente mettono in pericolo gli abitati. Alcuni terreni sono il risultato di eruzioni di decine di migliaia di anni fa, altri sono molto più recenti: generalmente più il terreno è sabbioso, più è vecchio. Le oltre 130 contrade dell’Etna mostrano un’enorme variazione di età e tipi di suolo: ecco perché i vini cambiano caratteristiche anche a distanza di pochi metri. Tutto ciò non solo rende questo luogo affascinante, ma genera un terroir unico, vocato per una viticoltura di eccellenza. Ma la scoperta è solo recente.
Pur essendo infatti l’Etna Doc tra le denominazioni più antiche d’Italia (fu istituita nel 1968), il vino dell’Etna era sostanzialmente sconosciuto a livello nazionale e internazionale fino a circa 20 anni fa. Eppure qui si produce vino da prima dei romani.

Nella metà del XIX secolo si contavano 52 mila ettari di vigneto, mentre ora gli ettari in produzione sono appena tremila. Prima del 2000, sul vulcano si trovavano centinaia di piccoli viticoltori che producevano grandi quantità di vino sfuso, spesso utilizzato per uso familiare o per l’assemblaggio nel nord Italia e in Europa. Le cantine capaci di produzione erano poche: a Santa Venerina, la famiglia Scammacca del Murgo, tra le prime aziende a investire nella spumantizzazione; a Milo, Nicolosi di Villagrande che ha avuto il merito di definire i confini della denominazione; a Solicchiata, sul versante nord, la famiglia Russo. C’era anche la famiglia Benanti. Antonio Benanti – che oggi è anche il presidente del Consorzio di tutela dei vini dell’Etna – mi ha raccontato qualche anno fa l’inizio della loro storia. «Era il 1988 e mio padre Giuseppe, imprenditore farmaceutico, si trovava al circolo del golf di Castiglione, Il Picciolo, a pranzo con un amico medico. Chiedono del vino. Ma il vino dell’Etna non è nella carta. “Possibile che non si possa fare nulla di meglio? Con la storia che abbiamo?”, si chiese mio padre che, nel corso della sua attività lavorativa, aveva viaggiato tanto e bevuto bene. “Se io conoscessi un buon enologo – disse – proverei a fare del vino!.” Aveva raggiunto dei successi, aveva disponibilità economiche e voglia di novità. L’amico medico gli rispose: “conosco un enologo catanese che lavora per altri in Sicilia”. Si può dire che l’azienda vitivinicola Benanti nasca lì».

Quell’enologo era Salvo Foti e diede un contributo cruciale all’avvio dei primi esperimenti di eccellenza vitivinicola nella zona. Alla sua attività di consulente associa oggi l’azienda agricola i Vigneri e un progetto di recupero delle competenze delle antiche maestranze dell’Etna e degli antichi metodi di coltivazione ad alberello.
Nonostante l’impegno di questi antesignani che ancora oggi sono sulla cresta dell’onda – basti pensare che il bianco Pietra Marina di Benanti è diventato un vino icona dell’Etna a livello globale – il territorio restava marginale.
Con i primi anni del nuovo millennio cambia tutto. Per una serie di fortunate coincidenze, di scelte deliberate e di appassionate ricerche, sull’Etna arrivano tre “pionieri”: Andrea Franchetti, Frank Cornelissen e Marc de Grazia. Grazie a loro la fama vitivinicola del vulcano crescerà a dismisura.

Andrea Franchetti, nobile romano titolare della Tenuta di Trinoro in Val d’Orcia, arriva sull’Etna nel 2001, conquistato dalla potenza primigenia del luogo: dapprima sottovaluta le potenzialità dei vitigni autoctoni, ma poi rivaluta il Nerello Mascalese, facendone uno dei cavalli di battaglia di Passopisciaro, l’azienda che prende il nome da una frazione del paese di Castiglione. A lui si deve l’invenzione dell’evento “Contrade dell’Etna” dove raggruppa ormai da 15 anni i produttori della zona, costruendo un palcoscenico per favorire la scoperta e l’affermazione dei vini Etnei a livello nazionale e internazionale. Marc de Grazia, un commerciante italo-americano che aveva già avuto un ruolo fondamentale nel successo dei Barolo Boys in Piemonte, acquista nel 2002 degli appezzamenti nella zona di Randazzo fondando la Tenuta Terre Nere. Mette subito a frutto le sue abilità imprenditoriali e di marketing in vari mercati internazionali, soprattutto quello americano. A lui si deve anche la valorizzazione delle diverse contrade dell’Etna, che un po’ ricalca la logica dei Cru del Barolo.

Frank Cornelissen era un broker di vini: «Vendevo all’estero. Mi occupavo di vini pregiati per cantine private. Questo lavoro mi ha permesso di capire il vino», mi raccontava qualche anno fa. «Sono arrivato qui nel 2001 e ho percepito le enormi potenzialità di questa vallata a nord del vulcano. L’Etna ha le caratteristiche delle grandi zone viticole: clima freddo, molta luce, caldo ma non troppo. Questo è un posto speciale. L’Etna ha tutte le carte in regola per fare ottimi vini: un sottosuolo complesso, il clima, gli sbalzi termici importanti tra il giorno e la notte. E poi la vite, qui, non è una monocultura. Amo questa complessità ambientale nella quale, insieme alle vecchie viti ad alberello, trovi alberi di ulivo o da frutto, proprio in mezzo alla vigna».

All’inizio, le idee un po’ estreme di Frank sul vino spaventano alcuni, ma a lui si deve anche una capacità di raccolta e coinvolgimento di giovani produttori e di condivisione di assaggi e di idee. Per mettere a confronto i vini etnei con quelli del resto del mondo si riuniscono spesso al Cave Ox di Sandro Di Bella, il winebar di Solicchiata che si affaccia sulla nazionale che collega Linguaglossa a Randazzo. Proprio Di Bella, raccontando la sua storia, mi ricorda che all’inizio gestiva un baretto di paese: «È grazie a Frank che ho imparato ad apprezzare il vino e a realizzare questa mia impresa». Oggi la cantina del ristorante ospita centinaia di bottiglie provenienti dai migliori territori italiani e internazionali e sovente capita di trovare Sandro intento a discettare di vini con ospiti che arrivano da tutto il mondo. Tra i giovani produttori più promettenti che Frank Cornelissen e Marc de Grazia incrociano nei primi anni sull’Etna ci sono Giuseppe Russo (cantina Girolamo Russo) e Alberto Aiello (cantina Graci). Entrambi operano nella zona nord dell’Etna. Parlando con loro ho ricavato la sensazione di un grande spessore culturale che si ritrova anche nei vini raffinati che producono. Di recente, Aiello ha avviato una joint venture nella zona sud dell’Etna con Angelo Gaja, leggendario produttore piemontese, anch’egli folgorato dal fascino del vulcano.

Oggi il “rinascimento” dell’Etna, come qualcuno lo chiama, è ormai maturo, tanto che i produttori non gradiscono più i paragoni con la Borgogna o con le Langhe che molti critici facevano agli inizi del movimento. L’Etna ormai fa storia a sé. Sul vulcano si ritrovano famiglie storiche che da sempre tengono alto il nome della doc; piccoli proprietari che nell’arco di pochi anni sono passati da una viticoltura domestica alla produzione professionale; grandi marchi del vino siciliano (Tasca d’Almerita, Planeta, Donnafugata) che, spostandosi dalle province occidentali, hanno colto le opportunità di questo luogo unico; grandi maison del vino nazionale che hanno deciso di cavalcare l’onda acquistando vigneti e palmenti in zona.

La reputazione internazionale dell’Etna è cresciuta fino al punto di trovare un posto stabile nell’Olimpo della viticoltura italiana: basta scorrere il panel dei produttori dell’OperaWine della prestigiosa rivista americana Wine Spectator per capire che, ormai, subito dietro il Brunello, il Barolo e l’Amarone, c’è, appunto, l’Etna. Una montagna di 3.300 metri sulle rive del Mediterraneo con una incredibile sintesi di eccessi: il caldo e il freddo, il fuoco e il ghiaccio, il sole del sud e il clima di montagna. Assaggiate, dunque, i vini raffinatissimi prodotti da queste contrade. Ma – viste le diverse opportunità di accoglienza e di ristorazione – andateci anche per una bella vacanza.

Journalist, author of #Riformisti, politics, food&wine, agri-food, GnamGlam, libertaegualeIT, Juventus. Lunatic but resilient