A dirla tutta fanno anche un po’ paura: li vedi schierati nei salotti televisivi e, pur provando a fare la faccia contrita, a stento trattengono un sorriso. Perché per loro più l’omicidio è efferato, più c’è stato spargimento di sangue, più hanno da dire, da straparlare. E sì, più hanno da esibirsi davanti al pubblico. Sono gli esperti psicologi, criminologi, tuttologi, bruzzologi e boh (alcuni davvero è difficile definirli) che vengono chiamati a spiegare, con una semplice occhiata, il movente di un ragazzo di vent’anni che uccide una coppia perché – dice lui – troppo felice. Si attaccano alle sue parole, a quello che leggono sui giornali (sempre le stesse cose), a quello che sentono a Chi l’ha visto? e pretendono di capire il vero motivo per cui lo ha fatto. Sono in grado guardando una foto di capire di quali eventuali patologie soffra il killer e riescono a litigare anche tra di loro: è così; no, non è così: come ti permetti: no, come ti permetti tu…

L’omicidio di Lecce non è purtroppo sfuggito a questo teatrino che aggiunge una buona dose di sgomento a una vicenda che scuote nel profondo. Daniele ed Eleonora, l’omicida reo confesso Antonio diventano personaggi di una tragedia che purtroppo i media riescono a trasformare in farsa. Sono anni che il processo mediatico ha tra le ricadute peggiori quella di aver prodotto una psicologia da strapazzo, una psicoanalisi usa e getta, una psichiatria talmente mediocre da far risultare il famigerato criminologo Lombroso, quello che dalla conformazione del viso capiva se uno era delinquente o meno, illuminato e democratico. Così come la sentenza si decide in tv, anche la perizia psichiatrica, anche qualora non venga chiesta dall’accusa o dalla difesa, viene prontamente confezionata dagli illustri opinionisti con qualche qualifica in tasca. È sufficiente trascorrere qualche ora sotto i riflettori delle telecamere per capire quale sia il disturbo che ha spinto un essere umano ad uccidere barbaramente qualcun altro.

E fin qui tutto male. Ma va anche peggio se si riflette sulle conseguenze che la cultura della banalizzazione produce. A forza di semplificare e rendere tutto digeribile al pubblico a casa, la società non è messa nelle condizioni di elaborare il lutto, di creare difese che impediscano il più possibile che si ripetano fatti efferati come quello di Lecce. Il desiderio di capire, di farsene una ragione, anche quando una ragione non c’è, è umana, normale. Ma il desiderio non può essere assecondato impoverendo la lettura, improvvisandola, usandola come una clava. Povero il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, che perdeva tempo a studiare i casi e poi a teorizzare. E scrivere. A dibattere con i suoi colleghi di tutto il mondo. Davvero uno scemo. Poteva anche lui guardare Quarto grado o Chi l’ha visto? o qualsiasi altro talk italiano dedicato al crimine. Avrebbe visto come basta poco per arrivare alle conclusioni e fare una diagnosi. Altro che scervellarsi! Scherziamo, ma il confronto con Freud ci aiuta a capire quale salto di paradigma sia avvenuto. L’autore dell’Interpretazione dei sogni credeva nella possibilità che l’animo umano mutasse, pensava che al pari della società anche il singolo avesse una possibilità di riscatto, di futuro, di cambiamento.

Oggi quando, davanti a un crimine violento, vediamo schierati i criminologi in tv, avviene il processo opposto. La messa in scena chiude ogni speranza, racconta l’impossibilità, descrive una società che non sa e non vuole cambiare. Si isola un caso, si impedisce di andare a fondo, si evita di studiarlo con serietà, di rifletterci con almeno un leggero sforzo. Non sempre è possibile capire e farsene una ragione. Non sempre si riesce a sondare l’animo umano con gli strumenti a nostra disposizione. Ma sarebbe non dico bello, ma almeno un po’ meno brutto che davanti all’orrore si facesse un passo indietro, si evitassero dibattiti inutili quando il dolore è ancora così forte, così intollerabile. Il Covid, dicono, abbia riportato le competenze al centro del dibattito. Ma lo show non ha mai smesso di andare avanti. Ogni tanto, per carità, fermiamolo!

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica