Era di centosettanta pagine la sentenza che aveva ritenuto Vitaly Markiv responsabile dell’omicidio del giornalista Andrea Rocchelli: e servirebbe un articolo di centosettanta pagine per spiegare quanto fosse ingiusta, perché non un rigo di quella sentenza era capace di giustificare la condanna a ventiquattro anni di prigione che, l’altro ieri, la Corte di Assise di Appello di Milano ha messo nel nulla ordinando la scarcerazione di Markiv per non aver commesso il fatto.

Questo giovane di cittadinanza ucraina e italiana, e sulle cui inclinazioni ultranazionaliste hanno creduto di poter indugiare la sentenza pavese di primo grado e le istanze “democratiche” che ne reclamavano la condanna in nome del diritto dei cittadini all’informazione, si è fatto tre anni di galera sulla scorta di un’incriminazione che tutto faceva tranne ciò che era necessario: e cioè provare che Vitaly Markiv, da quella collina in mezzo al conflitto tra i separatisti filo-russi e l’esercito regolare ucraino, avesse individuato da milleottocento metri di distanza quel gruppo di giornalisti, tra cui Andrea Rocchelli, sparandogli e poi coordinando il fuoco dei mortai che infine ne provocò la morte.

La sentenza pretendeva di reggersi su testimonianze in realtà vaghe e contraddittorie, su intercettazioni che avrebbero denunciato confessioni in realtà inesistenti, messe insieme con pezzi di frasi mal interpretate se non addirittura manipolate, e infine su un apparato documentale raffazzonato nell’assemblaggio caotico e inconcludente di foto satellitari e schizzi a mano posti a pezza di un’indagine che nemmeno si era incaricata di ordinare un sopralluogo nella scena del presunto delitto. Il tutto, per pervenire a una condanna che con perfetto schema inquisitorio rinfacciava all’imputato di non aver provato la propria innocenza.

Una lunga teoria di fatti irrilevanti era anteposta dal giudice pavese al dispositivo di condanna, e non si vede come questa non abbia risentito della usurpata capacità incriminatoria di quelli. La fotografia di Markiv ritratto in un gruppo festante nell’agitazione di una bandiera nazista o quella che lo riprende in posa spavalda con prigionieri sottomessi, l’una e l’altra opposte al reportage di Rocchelli sui bambini vittime del conflitto; le dichiarazioni passionali di Markiv sui motivi patriottici che hanno determinato la sua militanza presso la parte ucraina; il rilievo “democratico” del lavoro di Rocchelli contrapposto all’abiezione della forza militare nazionalista che vuole conculcarlo; infine, fuori dal processo, ma con una risonanza che non diremmo incapace di penetrarlo, le manifestazioni di vicinanza e solidarietà venute a Markiv dagli ambienti dell’ultranazionalismo di destra.

Erano tutte cose che potevano documentare, da un lato, il prezioso impegno di Andrea Rocchelli e, dall’altro lato, la discutibilità dell’impostazione ideologica di Vitaly Markiv per chi non ne condividesse le scelte e la militanza: ma non erano cose idonee a sorreggere un’accusa di omicidio. Né a giustificare l’acritico favore con cui la burocrazia sindacale della stampa corporata accolse la decisione di condanna che il giudizio di appello ha ora riformato: perché il diritto all’informazione non si celebra nelle aule di giustizia trasformate in agenzie di propaganda sociale, e lo Stato di diritto non si riafferma col sacrificio del fascista condannato senza prove.