L’ospedale della pace, l’albergo dei poveri, villa Ebe, per quanto riguarda Napoli. E poi l’ex manicomio di Aversa, il tabacchificio fascista di Battipaglia e il palazzetto dello sport di Salerno, nel resto della regione. In Campania sono decine gli edifici, spesso di grande valore storico e architettonico, che oggi versano in condizione di degrado. Come evitare che cadano definitivamente in preda all’incuria? «Servono progetti di recupero di qualità, ma soprattutto una strategia gestionale che garantisca un ritorno economico alla pubblica amministrazione proprietaria dell’immobile e al privato che vi si dovesse insediare con la proprio attività produttiva», spiega Pasquale Belfiore, architetto di fama internazionale e in passato assessore comunale di Napoli.

L’abbattimento di un rudere settecentesco a Giugliano ha riacceso il dibattito sulla sorte dei tanti immobili pubblici di pregio che meriterebbero una qualche forma di recupero e di valorizzazione. Il punto di partenza di questo nuovo percorso non può che essere una “mappatura della qualità architettonica” in tutta la Campania. Allo stato attuale, infatti, manca un censimento completo degli edifici che necessiterebbero di una restyling. «In teoria sarebbe compito del Ministero per i Beni culturali che, tuttavia, non può avere una conoscenza dettagliata delle emergenze archiettoniche presenti sul territorio – argomenta Belfiore – Ecco perché, in concreto, la redazione della mappa spetterebbe ai Comuni che, però, spesso non hanno i mezzi e la cultura per portare a termine un compito tanto delicato. Eppure quel documento dovrebbe trovarsi sulla scrivania di chi è chiamato ad autorizzare interventi edilizi». Superato questo step, si pone il problema della strategia di recupero degli immobili di pregio che, sempre più spesso, finiscono nelle mani dei privati. E così capita di trovare un resort in un monastero del Cinquecento o un centro culturale in un palazzo altrettanto antico.

«Perché un edificio di pregio non dovrebbe essere trasformato in una struttura ricettiva? – chiede Belfiore – È sempre accaduto e continuerà ad accadere. Ed è un bene, visto che il primo nemico di certi gioielli del nostro patrimonio è l’abbandono. Servono progetti architettonici di qualità che rispettino la compatibilità funzionale e simbolica degli edifici: l’hotel San Francesco di Napoli trova posto in un monastero grazie a un progetto che ne ha salvaguardato la riconoscibilità e l’identità. Stesso discorso per l’università Suor Orsola Benincasa, tipico esempio di edificio storico restaurato con attenzione, destinato a un uso compatibile con la sua identità e oggetto di una gestione economicamente sostenibile». E allora quale potrebbe essere la strategia giusta per recuperare i gioielli del patrimonio napoletano e campano? «L’ospedale della pace potrebbe diventare un grande polo culturale o un incubatore di startup – continua Belfiore – mentre nell’albergo dei poveri si potrebbero trasferire i volumi attualmente conservati nella biblioteca nazionale, liberando così le sale del palazzo reale. Per il mercatino di Salvatore Bisogni, abbandonato da anni, penso a una destinazione adeguata alle piccole dimensioni dei vari ambienti: magari laboratori artigianali». La vera sfida, comunque, resta quella della gestione. Troppo spesso gli edifici di pregio vengono affidati a soggetti che non sono in grado di amministrarli in modo economicamente sostenibile.

È quello che è accaduto negli ultimi nove anni a Napoli, dove la giunta guidata dal sindaco Luigi de Magistris ha di fatto regalato spazi in immobili di grande valore storico e culturale agli attivisti dei centri sociali. «Una scelta scandalosa – osserva Belfiore – perché, in quel modo, il Comune non ha ricavato alcun introito. Anzi, quegli immobili si sono ben presto trasformati in una fonte di ulteriori spese per l’amministrazione napoletana. Invece, se un ente pubblico non è in grado di restaurare e gestire autonomamente un bene di pregio, può affidarlo a un privato. Ma quest’ultimo, oltre a versare un canone e a rispettare le caratteristiche del luogo, dovrà anche condurre un’attività economica remunerativa. Altrimenti siamo destinati ad assistere sempre alle stesse scene, cioè a quelle di edifici ristrutturati e in breve tempo ripiombati nell’abbandono a causa di una gestione economicamente insostenibile».

La strada, dunque, sembra quella del mix virtuoso tra pubblico e privato: «Il recupero degli edifici storici non può essere inteso alla vecchia maniera, per la quale la finalità culturale delle attività che vi si insediano basta a remunerare l’investimento sostenuto per la riqualificazione – conclude Belfiore – Il privato dev’essere messo nella condizione di investire, il pubblico deve controllare. Ciò che conta è avere una visione, un approccio manageriale, un progetto di lungo periodo che dia nuova vita ai gioielli del nostro patrimonio architettonico».

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.