Patrick Zaki resta in carcere. Dopo la prima udienza del processo che si è tenuta oggi a Mansura, in Egitto, è stata confermata la custodia cautelare del trentenne studente dell’Università di Bologna in attesa del 28 settembre, quando si terrà una seconda udienza. Il processo si è svolto nella città di origine della famiglia del ragazzo, dove inizialmente lo studente dell’Università di Bologna era stato portato subito dopo l’arresto del febbraio 2020, brevemente detenuto lì prima del trasferimento nel carcere di Tora, periferia del Cairo, dove sono rinchiusi i più famosi prigionieri politici egiziani.

In aula Patrick è comparso per cinque minuti, ammanettato nella gabbia degli imputati, da dove ha salutato a mani giunte una dozzina di parenti, attivisti e i due diplomatici italiani presenti. Con fermezza e lucidità ha lamentato il trattamento ricevuto da quando è stato  arrestato nel febbraio 2020 all’aeroporto del Cairo, mentre tornava dall’Italia per prendersi una pausa dai suoi studi e rivedere la sua famiglia nella sua città, Mansura. Il trentenne è accusato di “diffusione, in patria e all’estero, di notizie false contro lo Stato egiziano”.  Zaki ha detto di essere innocente e di essere rimasto in prigione per 19 mesi, oltre il periodo legalmente ammesso per i reati minori di cui è accusato adesso. La sua legale, Hoda Nasrallah, ha sostenuto la stessa tesi chiedendone il rilascio o almeno l’accesso al dossier che lo riguarda. L’accusa, invece, ha chiesto che gli venga data la massima pena per la diffusione di notizie false, ossia cinque anni. Adesso toccherà al giudice, Mahmoud Hatta, la decisione finale.

L’accusa

A Patrick viene contestato dai magistrati egiziani “uno scritto del 2019 in difesa della minoranza copta”. Patrick ha sempre negato di essere l’autore di quei post su Facebook che hanno portato al suo arresto, una tesi sempre confermata nelle udienze per il rinnovo della detenzione preventiva che sono finite però sempre col rinnovo del provvedimento. Secondo la legge egiziana una persona può essere tenuta in detenzione preventiva per un periodo massimo di due anni, ma con un ‘trucco’ da sempre condannato dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani: all’avvicinarsi della scadenza dei 24 mesi in caso di modifica dei capi di accusa viene annullato il calcolo dei tempi, facendo ripartire la ‘conta’ da zero.

“Si evita lo scenario peggiore”

Amnesty International, sempre in primo piano per la tutela dei diritti del giovane egiziano, tira un sospiro di sollievo per la decisione del giudice del tribunale di Mansura di aggiornare al 28 settembre. Per la ong è comunque una notizia che evita lo scenario peggiore, “quella di una sentenza emessa dopo la prima udienza“. È quanto sostiene all’ANSA di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. “Ora c’è tempo davanti per preparare la difesa, per sperare che ci sia un giudice imparziale, per vedere finalmente Patrick libero e non in manette come lo abbiamo visto oggi. E come sempre questo tempo che passa da un momento all’altro della vicenda processuale di Patrick dovrebbe essere utilizzato per fare pressioni sulle autorità del Cairo perché pongano fine a questo incubo“, aggiunge Noury.

Redazione