Non serve a niente misurare gli anticorpi prima della terza dose. Lo ha chiarito Roberto Burioni nel consueto appuntamento alla trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio su Rai 3. Non è quello che fa la differenza. Il virologo dell’Humanitas di Milano ha parlato mentre la discussione sulla terza dose è ormai punto all’ordine del giorno. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha spiegato in conferenza stampa che “nel quadro europeo i numeri dell’Italia si possono considerare tra i migliori”, e che già dalla prossima settimana si tenterà “di allargare la dose booster anche a ulteriori fasce generazionali”. A oggi in Italia sono oltre 45 milioni e 134mila le persone che hanno completato il ciclo vaccinale con due dosi, pari all’83% della popolazione over 12.

Per parlare di terza dose dobbiamo prima di tutto capire come funziona un vaccino – ha esordito il virologo – Un vaccino è una stimolazione artificiale del sistema immunitario dei pazienti contro un virus. Questo fa sì che quando un virus arriva per davvero ci sono tutta una serie di difese che o impediscono l’infezione o se l’infezione avviene le conseguenze sono molto più lievi. Ma come si fa a stimolare per stimolare artificialmente il sistema immunitario contro un virus? Ci sono due strade.

La prima strada è quella di utilizzare un virus attenuato. Si prende un virus, in laboratorio lo si modifica e infine si ottiene un virus molto più buono. Si somministra questo virus come vaccino, ma questo virus sarà capace di infettare il paziente, darà una infezione alla quale però non seguirà la malattia se non in forma lievissima. Vaccini di questo tipo li usiamo tutti i giorni: sono i vaccini contro il morbillo, contro la parotite, contro la rosolia, contro la varicella. Hanno la caratteristica di suscitare una risposta immunitaria estremamente potente, proprio perché infettano il paziente. Danno una replicazione.

Però questi vaccini hanno anche un problema. Sono fatti di virus buoni ma sono sempre dei virus. Quindi non possiamo somministrarli a una donna che aspetta un bambino, perché quel virus, pur buono, potrebbe far del male al feto. O a un paziente immunodepresso: un virus anche attenuato potrebbe causare dei danni in una persona più debole.

Ci sono poi altri vaccini che sono concettualmente e completamente diversi, e che non si basano su un virus attenuato. Si tratta di vaccini che contengono le proteine di un virus, i pezzi di un virus. Ecco, capite la grande differenza: i primi sono virus che si replicano, i secondi non si replicano, sono proteine inerti. Di questo tipo ne abbiamo contro la poliomielite, contro l’epatite, contro il papilloma, contro l’influenza. Questi vaccini possono essere usati e vengono usati in tutta sicurezza nelle donne gravide e nei pazienti immunodepressi e nei bambini piccoli. In tutta sicurezza. Ma questi vaccini hanno una capacità di suscitare una risposta immune meno spiccata di quelli fatti con un virus che si replica. E allora con questi vaccini bisogna senza fare dei richiami”.

Burioni elenca alcuni esempi: l’epatite o il papilloma, tre richiami; poliomielite, quattro; l’influenza, tutti gli anni. I vaccini anti-covid fanno parte della seconda categoria. E la terza dose “effettivamente serve” dice Burioni. “Ma non facciamoci prendere dal panico – spiega Burioni – i dati che arrivano sono estremamente lusinghieri e incoraggianti. La protezione in Italia è superiore al 77% contro l’infezione, al 92% contro il ricovero e al 91% contro la morte. Però stanno suonando dei campanelli di allarme”, ovvero sono aumentati i casi tra i sanitari

La mossa da fare, in anticipo sul virus, è procedere con la terza dose: a partire da sanitari, pazienti fragili e over60. Burioni però precisa due cose: “La prima è che non serve a niente misurare gli anticorpi prima della terza dose perché il livello di anticorpi contro il virus che causa il covid presenti nel sangue non è correlato alla protezione. Ce ne possono essere molti e ammalarsi o viceversa. Quindi è una pessima idea rimandare la terza dose”.

E quindi un’ultima considerazione sul “business dei vaccini” del quale si è parlato molto nelle ultime settimane. “La terza dose è chiaramente un beneficio per le case farmaceutiche. Ma attenzione: il vaccino costa 19 euro e 50 centesimi, al contrario un ricovero del covid costa decine di migliaia di euro oltre al dolore e la paura. Quindi se volete far arricchire le case farmaceutiche non vi vaccinate perché per le case farmaceutiche sarà meglio non vaccinarsi”.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.