La guerra del governo alle ong continua. “Violazione del codice di comportamento delle Ong per aver compiuto salvataggi multipli e aver complicato il coordinamento dei soccorsi”. L’intralcio che viene imputato, nell’algida nota del Viminale ai danni dell’imbarcazione di Banksy, è inverosimile e paradossale: l’accusa è quella di aver salvato vite umane, troppe vite umane. Così non si fa, non si può (più) fare. Va bene far salire a bordo qualcuno, il primo gruppo che si avvista. Fare un beau geste, insomma. Poi però non si esageri.

Impertinenti, oltre che imperterriti, secondo i toni usati dal ministero dell’Interno, quei migranti che dopo essersi affidati a barchini dall’incerta tenuta, si ostinano a finire in acqua e a gridare aiuto. La Louise Michel, ex imbarcazione della Marina francese, finanziata dall’artista britannico Banksy, dopo aver effettuato il primo intervento di soccorso in acque libiche sabato scorso, avrebbe ignorato la disposizione di raggiungere il porto di Trapani, puntando invece verso altri tre barconi sui quali comunque, hanno appreso in corso d’opera, si stavano dirigendo anche i mezzi della Guardia costiera. «Con la situazione che c’è in mare, trattenere una nave di soccorso in porto mentre donne, uomini e bambini rischiano di morire, è una cosa assurda: qui non si tratta di slogan, ma di vite umane che si possono e si devono salvare», ha messo in chiaro Luca Casarini, capomissione di Mediterranea Saving Humans, che ha rilanciato il tweet della Louise Michel. Il blocco imposto alla nave di Banksy sugella 48 ore movimentate, in quel tratto del Mediterraneo.

Negli ultimi due giorni sono state soccorse, sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana, oltre 3.300 persone a bordo di 58 imbarcazioni. Proseguono, inoltre, gli arrivi di migranti a Lampedusa: nel fine settimana sono stati registrati quasi un centinaio di sbarchi con un totale di oltre 3.000 persone. All’hotspot di Contrada Imbriacola, nonostante i massicci e ripetuti trasferimenti, si contano 2.494 ospiti, a fronte di 400 posti disponibili. A un mese dalla strage di Cutro, spenti i riflettori del set di un Consiglio dei Ministri improvvisato di fronte a quegli scogli, le criticità rimangono ignorate e le promesse, tradite. Tanto che ieri dalla “Mare Jonio”, nave della ong Mediterranea, hanno deciso di indirizzare una lettera al presidente della Repubblica  per chiedere di smetterla con la guerra del governo Meloni alle ong.

Con toni diversi, concorda anche il prefetto Franco Gabrielli, ex sottosegretario con delega ai Servizi di intelligence ed ex capo della Polizia. «Ultimamente c’è stato un irrigidimento dell’approccio securitario sull’immigrazione, anche con il decreto sulle Ong, mentre secondo me questo criterio non aiuta», ha tuonato Gabrielli. Che ha poi affinato l’analisi: «Inutile prendersela con gli scafisti, che sono gli sfigati della filiera, mentre i veri criminali sono i trafficanti che fanno commercio di esseri umani». In pratica una sconfessione istituzionale del governo Meloni «Le misure – ha proseguito Gabrielli – sono sempre provvedimenti spot e qualsiasi sia il giudizio sui singoli provvedimenti è difficile che producano gli effetti sperati. Se la finalità è frenare il fenomeno immigrazione non ci vuole la palla di vetro per capire che al di là del mare ci sia un continente disperato». L’Africa, con i suoi 1,2 miliardi di abitanti che secondo le previsioni demografiche arriveranno a 2 miliardi entro il 2050, è stata lasciata sola troppo a lungo.

Rafforzare i cardini delle porte in uscita, ora pagando la Turchia, ora rafforzando la guardia costiera libica, non ha in nessun modo aiutato. Anzi, secondo un rapporto reso noto ieri dalle Nazioni Unite, armare e finanziare la Libia – come ha fatto l’Italia – ha prodotto autentici crimini contro l’umanità. L’Onu ha infatti espresso “profonda preoccupazione per il deterioramento della situazione dei diritti umani in Libia”, e spiegato che “vi sono motivi per ritenere che sia stata commessa un’ampia gamma di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi dalle forze di sicurezza dello Stato e da gruppi di milizie armate”. Situazione estrema anche in Tunisia, dove crisi economica e deterioramento democratico inducono un esodo crescente di cittadini verso le coste italiane e l’Europa.

Il commissario europeo Paolo Gentiloni è volato a Tunisi per incontrare il presidente Kais Saied (sull’incontro c’è stato un giallo, è stato annullato, riconfermato, riannullato e infine si sarebbe tenuto) dopo aver parlato con il ministro degli Esteri, Nabil Ammar, quello dell’Economia Samir Said e il capo della banca centrale, Marouane Abassi. L’instabilità della Tunisia, insieme con la crisi occupazionale che sta attraversando, si ripercuote anch’essa sulle partenze. Il numero dei migranti che approdano e di quelli che fanno poi domanda di regolarizzazione, secondo il decreto flussi, è incompatibile con i numeri fissati dal governo. Tanto che il clickday aperto ieri è andato in overbooking dopo solo un’ora. Alle 10 le domande arrivate sono state 238.335, quasi il triplo del numero di quote previste dal decreto, cioè 82.705. Elly Schlein lo dice chiaro: «Sul tema migrazioni Meloni doveva chiedere una Mare Nostrum europea anziché dichiarare guerra alle Ong. È tornata da Bruxelles con un pugno di mosche».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.