“La pressione fiscale in Italia è tornata a crescere, raggiungendo circa il 43,1% del PIL nel 2025, dopo il 42,4% del 2024”. L’indicatore, calcolato dall’Istat, si ottiene rapportando la somma delle entrate fiscali e dei contributi sociali al prodotto interno lordo. A prima vista si potrebbe pensare che l’aumento dipenda da un incremento delle aliquote applicate a famiglie e imprese. In realtà la dinamica è più complessa.

I tre fattori dietro la crescita della pressione fiscale

Dietro la crescita della pressione fiscale vi sono soprattutto tre fattori: l’aumento dell’occupazione, il miglioramento della compliance fiscale e alcune misure che hanno semplificato la tassazione di imprese e lavoratori autonomi. Negli ultimi anni il mercato del lavoro italiano ha registrato risultati positivi. Nel 2023 (fonte Istat) gli occupati erano circa 23,6 milioni, con un tasso di occupazione del 61,5%. Nel 2024 sono saliti a 23,9 milioni (62,2%), mentre nel 2025 hanno superato i 24,1 milioni, raggiungendo il 62,5%, il valore più alto mai registrato nel Paese.

Più occupazione significa più redditi dichiarati e più contributi versati al sistema previdenziale. Questa dinamica si riflette inevitabilmente nei conti pubblici. Nel 2023 (fonte Istat) le imposte dirette e indirette ammontavano a circa 613 miliardi di euro, a cui si aggiungevano 268 miliardi di contributi sociali. Nel 2024 le imposte sono salite a 653 miliardi e i contributi a 278 miliardi. Nel 2025 il gettito ha continuato a crescere, arrivando a circa 663 miliardi di imposte e 306 miliardi di contributi sociali. Una parte rilevante di questo aumento è legata anche al rafforzamento delle politiche di contrasto all’evasione. Negli ultimi anni sono state intensificate le comunicazioni di anomalia dell’Agenzia delle Entrate, rafforzato l’incrocio delle banche dati e ampliati gli strumenti di analisi preventiva.

Il recupero dell’evasione

Il recupero dell’evasione è così passato (fonte Agenzia delle Entrate) da circa 24,7 miliardi nel 2023 a 31,4 miliardi nel 2024, fino a oltre 36,2 miliardi nel 2025. Anche il regime forfettario per imprese e lavoratori autonomi, con aliquote del 15% e, per le nuove attività, del 5%, ha contribuito a semplificare gli adempimenti fiscali. La misura è stata accolta favorevolmente da circa 2 milioni di partite IVA e ha favorito l’emersione di una parte delle attività economiche.

Il paradosso spiegato bene

Il paradosso è evidente: se cresce l’occupazione e diminuisce l’evasione, lo Stato incassa di più anche senza aumentare le aliquote. Poiché il PIL include già una stima dell’economia sommersa, l’aumento delle entrate fa crescere il numeratore dell’indicatore della pressione fiscale più rapidamente del denominatore, anche in presenza di incrementi occupazionali caratterizzati da una produttività relativamente bassa.

Il risultato finale è che l’indicatore della pressione fiscale aumenta. La base imponibile è cresciuta però anche per effetto dell’inflazione (il cosiddetto fiscal drag). Tuttavia, considerando che i salari hanno seguito almeno in parte l’andamento dei prezzi, con un’inflazione pari all’1% nel 2024 e all’1,5% nel 2025, l’effetto netto del fiscal drag può essere stimato in una forbice compresa tra i 2 e i 3 miliardi di euro, con effetti quindi piuttosto limitati sull’aumento della base imponibile.

 

Fabrizio Antolini

Autore