Non li ha fermati neanche la guerra. Neanche le bombe. Neanche l’orrore delle immagini che ci arrivano dall’Ucraina. Niente. Per moralismo e giustizialismo c’è sempre un po’ di posto, c’è sempre spazio nell’informazione italiana per linciare, per condannare e soprattutto per mettere alla berlina la vita delle persone. Dopo qualche settimana in cui siti e giornali erano quasi totalmente (e giustamente) dedicati alla guerra sono ricomparse le altre notizie, tra cui la storia della donna uccisa e fatta a pezzi. Una giovane donna appunto che però viene definita sulla base del suo lavoro: attrice porno, hard, insomma una poco di buono che forse – è questo il sotto testo – se l’è anche cercata. Il tutto condito con particolari raccapriccianti, il gusto per il morboso, il macabro, l’horror. Vera e propria pornografia.

Poi a far vibrare di like i siti è arrivata la storia della preside cinquantenne che avrebbe avuto una storia con uno studente maggiorenne. Le luci si sono accese sul liceo Montale di Roma e sulla dirigente scolastica, la cui vita è stata scandagliata, sbattuta in prima pagina come se avesse ucciso qualcuno, come se fosse responsabile di qualche nefandezza. Quando un marito uccide una donna, se ne parla di meno. A meno che non ci sia qualche particolare che solletica la pruderie. Supponendo che la storia sia vera, l’unica colpa della prof è di essersi infatuata di uno studente. Se le parti fossero state invertite – il prof di 50 anni che si innamora di una studente – il giudizio sarebbe stato probabilmente meno severo, l’attenzione sarebbe presto scemata, anche perché parliamo comunque di maggiorenni. In questo caso invece le luci non si spengono e da giorni, appena sotto le notizie sulla guerra, troviamo sui siti dei principali quotidiani la preside del liceo Montale. Le sue foto in diverse pose. Manca solo la scritta: wanted. Ricercata.

Ieri è comparsa su Repubblica anche la trascrizione “dell’audio dell’addio” che entrerà nel fascicolo d’ispezione aperto dall’Ufficio scolastico regionale del Lazio. Ma prima di esaminarlo perché non farlo leggere anche a noi spettatori di questo dramma? Perché non gettare in pasto alle belve anche i sentimenti della donna matura lasciata da un giovane uomo? Perché non umiliarla? Non levarle un po’ di carne per saziare il bisogno di giudicare, condannare, decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato delle vite degli altri. Noi qui non riportiamo neanche una frase dell’audio pubblicato da Repubblica, neanche una parola. Il mix di moralismo e giustizialismo non è nuovo. Da decenni si è impossessato del discorso pubblico orientando anche battaglie importanti. È accaduto con il movimento del Metoo. Una battaglia sacrosanta contro le molestie e contro la violenza ha preso la piega del processo pubblico, del moralismo, della condanna aprioristica. Censura dopo censura, ci siamo ritrovati in questo clima da caccia alle streghe, dove la sessualità deve per forza rispondere ai canoni del perbenismo, inquadrata in uno schema che non può e non deve minimamente scuotere le certezze consolidate, come quelle legate all’età.

Ricordiamoci le offese rivolte alla moglie di Macron, caso molto simile a quello che oggi è nelle prime pagine italiane, solo che la loro storia non è finita ma è andata avanti e continua ancora oggi. Quindi quale sarebbe lo scandalo? Che cosa fa così paura? Dopo gli anni Settanta e le battaglie per la libertà sessuale, non si pensava che si potesse tornare a questo clima oscurantista, dove si giudica una donna con criteri antiquati, perbenisti, insopportabili. Invece è così. È accaduto. Siamo tornati indietro. Una donna non è libera di vivere la propria sessualità come meglio desidera. Rispetto al passato la situazione per alcuni versi è addirittura peggiorata. Non c’è solo il moralismo, ma anche il giustizialismo. Il processo mediatico utilizza vecchie culture, come quella retrogada sulla sessualità delle donne, per inscenare lo spettacolo della gogna.

In questo momento la preside si sentirà sola, sotto attacco. Forse anche umiliata a vedere le parole che ha pronunciato su un giornale. Si sentirà colpita nei suoi sentimenti più profondi. Ma deve sapere che non è sola. Quello che le stanno facendo è intollerabile, non può essere accettato. Non è degno di un Paese civile, non è degno di una società che dice di essere da parte delle donne. Speriamo che i giornali che l’hanno resa un mostro, le chiedano scusa. Speriamo che si rendano conto del baratro in cui ci stanno trascinando. Speriamo. Ma sappiamo che sarà difficile. Anzi impossibile.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica