Il rinvio a giudizio dei magistrati Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro per presunti imbrogli probatori nel processo Eni Nigeria non porta in realtà nulla di nuovo sulla scena di quell’inquietante pasticcio. Già prima, infatti, e proprio alla luce delle dichiarazioni degli imputati, la situazione era chiarissima: l’accusa pubblica aveva fatto una sapiente selezione delle prove da riversare in giudizio, accantonandone alcune. E quelle accantonate erano tali da mettere in dubbio, se non addirittura travolgere, la fondatezza dell’accusa.

Dal punto di vista del cittadino e da quello di chiunque sia stato o sia oggi sottoposto alle cure di giustizia non importa assolutamente nulla che le accuse rivolte ai due magistrati trovino riscontro in una sentenza di condanna penale, che non auguriamo nemmeno, e forse tanto meno, a chi è abituato a far sbattere la gente in galera: magari in virtù di prove, diciamo così, di discutibile affidabilità. In questo caso, infatti, il cittadino ha già ora tutto il diritto di sentirsi in dovere di diffidare di una giustizia nei cui ranghi milita chi addirittura rivendica la bontà del proprio operato, spiegando che quelle prove a favore degli imputati non erano state offerte all’istruttoria in quanto “non rilevanti”. Il cittadino ha ora il diritto, e a prescindere da come andrà il processo a carico di questi due eminenti togati, di tenere in sospetto una giustizia che si muove sulla scorta di un’accusa pubblica che rivendica di poter discrezionalmente decidere quanti documenti, e quali, far conoscere al giudice cui chiede di irrogare una sanzione penale. Il cittadino ha ora il diritto di domandarsi quante volte possa essere successo che una sentenza di condanna, l’applicazione di una pena detentiva, magari un suicidio in carcere, possano essere la conseguenza d’un giudizio basato su prove selezionate in quel modo.

Qui insomma non è in discussione ciò che quei due magistrati hanno fatto: è in discussione che avessero il potere, come loro sostengono, di farlo, o invece che nel farlo si siano resi responsabili di un illecito, come sostiene chi li rinvia a giudizio. Ma nei due casi la sfiducia, anzi la ripugnanza, per una giustizia in cui l’accusa pubblica procede, e rivendica di poter procedere, in questo modo, è identica: perché è una giustizia in cui qualcuno, mentre contribuisce ad amministrarla, dice non solo di averla amministrata in quel modo, ma di poterlo fare; perché è una giustizia cui qualcuno, appartenendovi, attribuisce il potere di incarcerare una persona all’esito di una trafila accusatoria organizzata arbitrariamente, in omaggio a un bouquet di prove assemblato a capriccio. Il cittadino ha il diritto di tornare con la mente ai bei tempi del Terrore giudiziario degli anni Novanta del secolo scorso, al suicidio di Gabriele Cagliari e alla condanna di Berlusconi, e non è colpa sua, non è colpa del cittadino se chi lavorava all’accusa in quei processi è chi oggi viene rinviato a giudizio per aver fatto quel tipo di governo del proprio potere. Che fosse lecito o no, non importa assolutamente nulla, anzi se dovesse essere considerato lecito sarebbe anche peggio. Il cittadino ha diritto a una giustizia diversa, con magistrati diversi, che abbiano una diversa concezione della giustizia e del proprio potere. E non hanno bisogno, i cittadini, di magistrati resi innocui dalla galera: ma dalla pensione.