Nel Cile di Pinochet era vietato andare a protestare davanti alle carceri dove avvenivano le torture: l’intralcio alla giustizia prevedeva l’arresto e la conseguente incarcerazione, dando vita al ciclo continuo dell’afflizione. Alla professoressa I.B. (usiamo le inziali, ha chiesto di non pubblicare il nome) in questi giorni sta succedendo qualcosa di non dissimile. Genovese, docente di ruolo di materie letterarie, I.B. è sensibile alla condizione in cui vivono i detenuti tanto da proporsi come insegnante in un carcere.

Quando ha visto in televisione le immagini agghiaccianti dei pestaggi e delle violenze sui detenuti di Santa Maria Capua Vetere, non ci ha dormito su. Ha cercato il numero della casa circondariale e ha telefonato per esprimere il suo sdegno. Si è qualificata come insegnante, ha declinato le sue generalità e detto che queste cose sono incivili. Andando dritto per dritto, punto per punto. E solo quando l’agente penitenziario le ha risposto irridendola – ci viene detto: «Venga lei a passare qualche ora con questi» – ha risposto a sua volta per le rime, dando vita a un breve diverbio. «La saluto, non ho tempo da perdere», l’avrebbe liquidata infine il centralino del carcere. «La saluto», ha attaccato lei. Salvo poi vedersi arrivare, qualche giorno fa, i Carabinieri a casa. Le notificano un mandato a comparire in caserma, per l’indomani. È lei stessa a raccontarlo al Riformista: «Non ho mai preso una multa in vita mia, mai un ritardo sulle tasse, mai una infrazione. Ero agitata, incapace di dare un senso a quest’obbligo di comparizione».

La mattina dopo il comandante della stazione dell’arma le notifica un accertamento: è suo questo numero di telefono? Riconosce di averlo usato per fare una telefonata in quel giorno di fine giugno? Lei conferma tutto: «Perché, non si può fare una telefonata di protesta?», ha strabuzzato gli occhi. «Riceverà gli atti del procedimento», le ha detto l’ufficiale.

Ieri I.B. ha contattato un avvocato penalista: si configura l’oltraggio a pubblico ufficiale. «Io non sono una persona volgare, non trascendo mai», specifica l’insegnante, serafica. «Ho detto di essere indignata per la violenza inaudita usata sui carcerati, per quei fatti estremamente gravi in un Paese civile, e peraltro mi sono qualificata con nome e cognome, mentre dall’altra parte non ho mai capito con chi stavo parlando. Pubblico ufficiale? Per quanto sapevo era un centralinista, tanto che al telefono avevo detto di non avercela con lui ma con il comportamento di quegli agenti». Adesso è in attesa di ricevere gli atti del procedimento e di capire meglio le fattispecie di reato. Per ora è arrivata la convocazione in caserma, con l’effetto di averle messo una gran paura addosso e l’incertezza per il seguito della vicenda.

Che ha dell’incredibile, se andiamo a rileggere i verbali dell’informativa resa da Marta Cartabia, in aula: la Ministra della Giustizia ha usato le stesse parole che ci vengono riferite dalla professoressa. E non ha usato solo parole. Le unità di personale raggiunte complessivamente da misure interdittive sono state 52. Tra queste vi sono due agenti di Polizia Penitenziaria cessati dal servizio per i quali non sono stati adottati al momento provvedimenti (basta andare in pensione per uscire dai radar?). Per le restanti 50 persone – tra cui il Provveditore Regionale – sono state emesse misure interdittive tra cui sette misure cautelari applicative della custodia in carcere; 17 misure cautelari applicative degli arresti domiciliari; tre misure cautelari coercitive dell’obbligo di dimora nel comune di residenza nei confronti di tre poliziotti tutti in servizio presso l’istituto sammaritano; 23 misure cautelari interdittive della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio ricoperto per un periodo variabile dai 5 ai 9 mesi. Tutti immediatamente sospesi dal servizio.

Le 3 unità sottoposte all’obbligo di dimora sono state sospese in via cautelare secondo la legislazione vigente (art. 7 comma 2 del d.lgs. 449/92). Tra questi provvedimenti va ricompreso il provvedimento di sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio rivestito per la durata di mesi otto, per i delitti di favoreggiamento, depistaggio e falso ideologico aggravato, a firma della Ministra della Giustizia Marta Cartabia, adottato nei confronti del dirigente generale Antonio Fullone, Provveditore regionale per la Campania.

È stata rimossa martedì scorso anche Elisabetta Palmieri, la direttrice della casa circondariale, che però era assente per malattia nei giorni dei pestaggi. Ufficialmente la direttrice è stata rimossa con la motivazione di “anomala condotta” perché venerdì 23 luglio aveva consentito al suo compagno, ex funzionario di polizia in pensione e ora volontario nel carcere, di accompagnare la senatrice del Movimento 5 Stelle Cinzia Leone durante una visita ispettiva all’interno del carcere.

Tutte le misure sono intervenute nell’ultimo mese, successivamente alla telefonata di protesta della docente genovese. Forse oggi, davanti alla risposta dello Stato con la Ministra Cartabia in prima linea, non la rifarebbe. Ma protestare con civiltà contro l’uso della violenza è ancora possibile o è stato introdotto un reato nuovo, di lesa maestà carceraria?

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.