Per il suo esilio re Costantino di Grecia, costretto dall’esercito ad abdicare a favore del figlio, ha scelto l’Italia. Sbarca in Sicilia, con moglie e figli, il 5 ottobre e i giornali danno alla notizia massimo risalto. È possibile che la sorte del sovrano greco susciti comprensibili inquietudini in Vittorio Emanuele III, re di un Paese travolto da una crisi che ha già eroso quasi del tutto la credibilità e l’autorità dello Stato.

Quanto quell’autorità sia ormai con le spalle al muro lo prova una vicenda clamorosa che il governo non riesce ad affrontare e che in effetti evita di affrontare. A metà settembre Mussolini ha incaricato tre dei futuri quadrumviri che guideranno la marcia su Roma di riscrivere il regolamento della milizia fascista. Con il ras Italo Balbo ci sono il generale Emilio De Bono, unico ultracinquantenne, che Mussolini ha scelto per darsi una patina di rispettabilità ufficiale, e Cesare Maria Devecchi, leader dell’ala monarchica e legalitaria del fascismo torinese, definito dallo sprezzante d’Annunzio “teschio baffuto, nullità tonante”. La milizia esiste già da mesi ed è già organizzata come un esercito.

La principale modifica introdotta dal nuovo regolamento è l’abolizione della elettività dei capi, che d’ora in poi verranno nominati seguendo la scala gerarchica. Clamorosa non è la modifica in sé: è il fatto che il 3 ottobre Il Popolo pubblichi il nuovo regolamento, sancendo così ufficialmente l’esistenza in Italia di due forze armate, quella dello Stato e quella del fascismo. Mussolini è perfettamente consapevole della gravità della mossa, che nega il principio del monopolio della violenza da parte dello Stato e così facendo mina la base stessa della sua esistenza. La sua è una sfida portata al massimo livello ma calcolata.

Nella stessa direzione del Popolo, a Milano, lo dice chiaramente a Cesare Rossi, segretario del fascio di Milano e uno dei suoi collaboratori più stretti: “Se in Italia ci fosse un governo degno di tal nome dovrebbe mandare oggi stesso i carabinieri ad arrestarci e a occupare le nostre sedi. Non è concepibile una organizzazione armata in uno Stato che ha il suo esercito e la sua polizia. Ma in Italia lo Stato non c’è”. I fatti danno ragione al duce. Il giorno stesso della pubblicazione del regolamento, il capo di gabinetto del ministero degli Interni porta una copia del Popolo al ministro Taddei: “Se dopo questa sfida il governo non fa niente, si copre di ridicolo”. Taddei replica mostrandogli la lettera di dimissioni già scritta: “Se il consiglio dei ministri non approva le misure che proporrò per uscire da questa situazione umiliante me ne vado”.

Ma il cdm, dove siedono anche ministri che fiancheggiano il fascismo come il titolare dei Lavori pubblici Vincenzo Riccio, decide invece di non fare niente e anche Taddei, su pressione e preghiere del presidente Facta, si rimangia le dimissioni. Per il fascismo è l’ennesima vittoria schiacciante. La carta su cui punta il presidente del Consiglio è l’uomo politico italiano più importante negli ultimi trent’anni, che lo stesso Facta considera suo maestro e leader. È Giovanni Giolitti, 80 anni tondi, cinque volte presidente del Consiglio. Il suo ultimo governo, in carica dal 15 giugno 1920 al 4 luglio 1921, ha affrontato due crisi enormi: l’occupazione operaia delle fabbriche nel settembre 1920 e lo sgombro da Fiume da parte dei legionari di Gabriele d’Annunzio che ne avevano assunto il controllo nel settembre 1919. Aveva risolto entrambe ma con metodi opposti: rifiutando di far intervenire l’esercito, nonostante le pressioni degli industriali, contro gli operai, cannoneggiando Fiume sino alle resa definitiva di d’Annunzio tra il natale e il capodanno 1920.

Giolitti aveva portato i fascisti in Parlamento, nei suoi Blocchi, nelle elezioni del 1921. Dopo la crisi del suo governo e del successivo esecutivo Bonomi era stato lui a premere per la nomina del suo fedelissimo. Il piemontese Luigi Facta, che si definiva “un giolittiano dalla personalità sbiadita”, aveva accettato malvolentieri e solo dopo grandi insistenze del re: “Lo faccia per i miei figli”. Aveva perso un figlio in guerra, detestava Roma al punto da parlarne con la moglie come “dell’esilio”, più volte ministro non aveva grandi ambizioni. Mussolini ne parlava con sarcasmo: “Non posso che nutrire sincero rispetto per il padre che ha dato un figlio alla guerra. Ma mi viene voglia di tirare i baffi al presidente perché sono baffi classici, sono baffi da gendarme francese, da notaio di provincia, da furiere di alloggiamento”. Anche più drastico Balbo: “L’Italia governata dai baffi di Facta? Non ci crede nessuno, nemmeno lui”.

Il 5 ottobre il primo ministro arriva a Torino, accompagnato dal prefetto di Milano e senatore a vita Alfredo Lusignoli, un altro giolittiano di ferro che si incarica di tenere i rapporti tra Mussolini, Facta e Giolitti. Sceso malvolentieri da Cavour li aspetta in un albergo Giolitti in persona. Il messaggio di Facta è secco: “Sei l’unico che può rimettere le cose a posto”. Lusignoli aggiunge che Mussolini sarebbe disposto a entrare in un governo presieduto da lui. Giolitti è sibillino. Concede che potrebbe anche tornare a Roma ma senza essere lui a far cadere il governo. La sua strategia è ancora quella di “costituzionalizzare” il fascismo. Agli autorevoli ospiti spiega che un governo senza fascisti, “un governo Sturzo, Turati, Treves”, dovrebbe o affrontare militarmente i fascisti e precipitare il Paese nella guerra civile oppure non farlo, mantenersi cauto, ed essere rovesciato dai fascisti. Insomma, Mussolini deve entrare nel governo. Facta e Lusignoli sono più che possibilisti. Il prefetto assicura che il duce “ha avuto alte espressioni di elogio” per l’anziano statista. Giolitti lascia la situazione in sospeso. Non accetta ma neppure esclude la possibilità di tornare al governo. Aspetta di vedere che piega prenderanno le cose.

I due giolittiani non mentono. Credono davvero che Mussolini accetterebbe di far parte di un governo Giolitti. In realtà sono caduti nella trappola del duce, che li inganna e considera un governo Giolitti il massimo pericolo. Quel che pensa davvero lo dirà qualche giorno dopo a Cesare Rossi: “Se torna al governo Giolitti siamo fottuti. A Fiume ha fatto cannoneggiare d’Annunzio. Sa dare ai prefetti la sensazione dell’ordine”. Ma quando Rossi chiede se bisogna interrompere i contatti con Lusignoli, Mussolini risponde: “No, perché?”. Far credere a Giolitti di essere pronto ad appoggiarlo fa parte del suo gioco, della sua trappola.

Nella fase finale della partita, Mussolini illude tutti, fa credere a ciascuno dei principali uomini politici del passato, da Orlando a Salandra, da Nitti a Giolitti, di essere disponibile a governare con lui. Ma lo fa solo per tenersi aperte tutte le porte ove non riuscisse a cogliere l’obiettivo di essere nominato lui primo ministro ed evitare comunque di averli contro nel momento in cui si giocherà tutto. Un testimone dell’epoca, il giornalista antifascista Giuseppe Donati, ricorderà in seguito così quel momento: “A tutti Mussolini lasciava credere di essere disposto ad accodarsi umilmente al loro carro, prometteva persino di assumersi il compito, per gli altri spaventoso, di sparare sui fascisti in caso di bisogno; sicché la sua partecipazione diretta al governo pareva inevitabile e necessaria. La marcia su Roma ha poi dimostrato come Mussolini volesse e sapesse giocarli”.