Sui giornali non solo italiani, per una volta, non campeggiavano solo notizie sulla crisi che nel giro di un mese avrebbe messo fine alla democrazia in Italia. Una tragedia inaudita aveva per un momento spodestato le incursioni degli squadristi, l’agonia del governo Facta, la nuova scissione del Partito socialista. Nella notte tra il 27 e il 28 settembre, alle 2.58, un fulmine aveva colpito il deposito militare di Porta Falconara, sulle alture intorno Lerici, con all’interno oltre 1500 tonnellate di esplosivo. L’esplosione aveva distrutto il paese di San Terenzo e devastato l’intera area: 200 morti, mille feriti, una tragedia di dimensioni inaudite. Il re si recò in visita, il primo ministro Facta partecipò ai funerali il 4 ottobre, eppure, politicamente, ad avvantaggiarsi della catastrofe fu il fascismo.

I militanti del Sindacato nazionale delle cooperative fasciste furono attivissimi nei soccorsi e i fascisti assunsero la guida sia delle operazioni di soccorso che della ricostruzione. Nella versione che ne diede Mussolini veniva così dimostrato che il fascismo era già lo Stato mentre lo Stato ufficiale non esisteva. Del resto proprio questo era l’obiettivo dell’offensiva degli quadristi, per il resto ormai completamente padroni del campo: provare l’inesistenza dello Stato. La prova generale della marcia su Roma scatta nella notte tra il 30 settembre e il primo ottobre con l’attacco al Trentino in nome della “italianità” della regione, le cui amministrazioni erano considerate dai fascisti troppo “filotedesche”. Guidate da Francesco Giunta, Alberto De Stefani e dall’ex bersagliere Achille Starace le camicie nere occupano prima di tutto la “Elisabethschule” di Bolzano, dove la stragrande maggioranza degli studenti è tedesca, e la ribattezzano “Scuola Regina Elena”.

Poi entrano in città, distruggono qualsiasi lapide o insegna di negozio in tedesco, bastonano chi si rifiuta di gridare “Viva l’Italia”, invadono il Municipio, chiedono lo scioglimento della polizia locale e le dimissioni del sindaco Pelthoner. Polizia ed esercito non intervengono. Il governo licenzia il sindaco. Il principale giornale italiano, il Corriere della Sera, elogia gli squadristi a cui riconosce il merito di “rompere gli indugi e regolare a modo loro le questioni che si accendono in Bolzano”. Perché sì, il “modo loro” sarà anche brutale però era ora di rimuovere “il tracotante sindaco pangermanista”. L’obiettivo politico dell’attacco lo esplicita apertamente il giornale di Mussolini, Il Popolo, con i titoli del 3 ottobre: “Lo Stato fascista in funzione. La resa dei pangermanisti di Bolzano”.

L’offensiva non si ferma qui. Da Bolzano le squadre marciano su Trento, rafforzate dalle camicie nere di Cremona capitanate da Farinacci. La città è presidiata in forze dall’esercito: ci sono oltre duemila soldati senza contare alcune centinaia di carabinieri. L’attacco potrebbe essere facilmente respinto. Il comandante, generale Ghersi, però sta dalla parte degli squadristi. Non solo non fa intervenire la truppa ma ordina ai militari di tenere le armi scariche. Nella notte del 4 ottobre i fascisti circondano il governatorato chiedendo le dimissioni del commissario della Venezia Tridentina, il senatore Luigi Credaro. Il generale Ghersi partecipa all’incontro tra i capi squadristi e il governatore e quando questi promette di andarsene offre la sua personale garanzia.

“I fascisti non abbandoneranno Trento finché lei non lascerà questo posto”: il diktat dei ras è secco. Credaro accetta, gli squadristi non si fidano, interviene il generale: “È un uomo d’onore. Garantisco io che farà quanto promette”. Le squadre smobilitano. Pochi giorni dopo Facta rimuove il commissario e con lui tutta l’amministrazione provinciale di Trento. La sera stessa, parlando in un’assemblea a Milano, Mussolini tirò le somme delle ultime giornate mettendo in diretto collegamento l’aiuto decisivo dei fascisti dopo la strage di San Terenzo, conferma dell’esistenza di una Stato fascista ombra già efficiente, e l’espugnazione del Trentino, a riprova della fatiscenza dello Stato propriamente detto: “L’Italia è una nazione. Non è uno Stato. Ma alla nazione deve darsi uno Stato e lo Stato non c’è. Ormai lo Stato liberale è una maschera dietro la quale non c’è nessuna faccia”.

Le resistenze in effetti si disgregavano giorno dopo giorno. Il 2 ottobre la segreteria di Stato vaticana inviò una lettera, resa noto qualche giorno dopo, nella quale ordinava ai vescovi di mantenersi assolutamente estranei al Ppi di don Sturzo e di esortare i parroci a fare lo stesso. Il Vaticano abbandonava così apertamente Sturzo per la sua linea antifascista, proprio nel momento in cui i popolari, dopo la rotta dei socialisti, erano il principale obiettivo delle spedizioni punitive fasciste. A Roma il XIX congresso del Psi si concluse con una nuova scissione. I massimalisti di Serrati chiesero l’espulsione di Filippo Turati, storico leader del socialismo italiano e dei riformisti. Il capo d’accusa era che Turati, dopo la crisi del governo Facta in luglio, aveva accettato di essere consultato dal re, pur non presentandosi vestito come da cerimoniale, in vista di un possibile nuovo governo Giolitti. Era stato così violato l’obbligo di non collaborare con i “partiti borghesi”. L’aspetto paradossale è che il giorno dopo la rottura al congresso, il ministro della Cultura sovietico Lunacarsky si sarebbe pronunciato a favore di un sostegno dei socialisti e persino dei comunisti a un governo Giolitti.

La rottura che si consuma nel Psi ha radici antiche e riflette una visione molto diversa del fascismo. Per i riformisti evitare la vittoria fascista è la prima urgenza. “La causa dei socialisti coincide con gli sforzi di quei ceti borghesi che iniziano a sentire il peso del fascismo”, incalza il riformista Modigliani. “Entrare in un governo borghese sarebbe la fine morale del partito. Si può essere sconfitti sul piano della forza ma ci si rialza quando non si abdica di fronte al nemico”, replica Serrati. La mozione massimalista passa di misura il 3 ottobre, con 32.106 voti contro 29.119. I riformisti espulsi danno vita il 4 ottobre al Psu, Partito socialista unitario, con Giacomo Matteotti segretario.

A Turati, Modigliani, Matteotti e Treves, i capi del Psu, restano 85 parlamentari, sufficienti per dar vita a una ipotetica maggioranza. Ma non è quella la direzione verso la quale guardano ormai buona parte dei leader politici, a partire dal vecchio Antonio Giolitti che è ancora la carta su cui più si punta, e i poteri economici. Il 4 ottobre il Corriere della Sera esce con un editoriale non firmato ma scritto da Luigi Albertini. Il direttore, dopo aver constato che i governanti si stanno limitando a “coronare con sanzioni ufficiali l’opera del partito fascista” e dopo aver elogiato la moderazione di Mussolini rispetto ai ras, indica l’ingresso dei fascisti al governo come unica via percorribile: “Non c’è proprio bisogno di una marcia rivoluzionaria su Roma perché non si fanno rivoluzioni dove non sono fieri ostacoli da abbattere. Se il fascismo vuole che l’Italia sia finalmente governata, porti nel governo la sua volontà di azione e di rinnovamento. Questa è la via e questa è la salvezza”.

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