Il 30 ottobre di 100 anni fa, all’inizio dell’ultimo mese di vita della democrazia italiana anteguerra, ottobre 1922, la battaglia decisiva era già stata combattuta e il fascismo la aveva vinta. Da mesi l’offensiva squadrista aveva travolto una città dopo l’altra nel centro nord dell’Italia, mentre a sud lo squadrismo era circoscritto in poche aree, essenzialmente Napoli e Bari.

A nord invece quella che non era più una guerra civile ma una violenza unilaterale incontrastata impazzava: a luglio la “la colonna di fuoco” di Italo Balbo aveva occupato per giorni Cremona e attraversato in armi tutta la Romagna: “Siamo passati da Rimini, Santarcangelo, Cesena, per tutte le città tra la Provincia di Forlì e la Provincia di Ravenna, distruggendo tutte le case rosse e le sedi di organizzazioni socialiste e comuniste. È stata una notte terribile. Il nostro passaggio era segnato da alte colonne di fuoco e di fumo”, annota nel suo diario Balbo. In Piemonte le squadre di De Vecchi avevano occupato per giorni Novara costringendo alle dimissioni l’amministrazione.

Contro la dilagante e incontrastata violenza dello squadrismo l’Alleanza del Lavoro, che riuniva tutti i sindacati di sinistra, aveva deciso in una riunione segreta del 29 luglio di proclamare all’inizio di agosto uno sciopero generale, ufficialmente a tempo indeterminato ma che avrebbe dovuto concludersi dopo una settimana, il 7 agosto. Gli scioperanti avrebbero dovuto astenersi da ogni manifestazione passibile di degenerare in violenza: per questo lo sciopero fu definito “legalitario”. Proclamato il 31 luglio, lo sciopero risolse con una soluzione debolissima la crisi di governo che si era aperta il 20 luglio con le dimissioni del governo Facta, in carica dal 26 febbraio. In 10 giorni si erano susseguiti invano 5 tentativi di dar vita a un nuovo esecutivo. Incalzato dallo sciopero, il primo agosto il re rinviò alle Camere Facta, che stavolta ottenne la fiducia.

La decisione di stroncare lo sciopero sostituendosi allo Stato – dunque di arrivare allo scontro finale che avrebbe sancito la vittoria del fascismo – non la prese Benito Mussolini. Il futuro duce, al contrario, la subì senza esserne affatto convinto. Fu il segretario del partito Michele Bianchi, vero artefice dell’offensiva che si sarebbe conclusa con la nomina di Mussolini a primo ministro nel giro di tre mesi, a decidere di consegnare al governo, nelle persone del primo ministro Facta e del ministro degli Interni Taddei, un ultimatum che imponeva di mettere fine allo sciopero entro 48 ore, trascorse le quali sarebbero state le squadre fasciste a occuparsene “sostituendosi allo Stato che avrà dimostrato una volta di più la sua impotenza”. Con una circolare segreta, che però Bianchi mostrò ai vertici del governo, alle squadre era già stato ordinato di occupare i capoluoghi di provincia e i nodi stradali, tenendosi pronti all’azione. Senza aspettare la scadenza dell’ultimatum i fascisti sostituirono comunque i lavoratori in sciopero, spesso con scontri a fuoco che fecero 12 vittime tra gli antifascisti e 8 tra le camice nere.

Il 2 agosto l’Alleanza si arrese e ordinò la sospensione dello sciopero per le 12 del giorno seguente. Pur avendo vinto, Bianchi ordinò lo stesso una violentissima rappresaglia con l’invasione di numerose città e l’imposizione delle dimissioni della amministrazioni di sinistra. Cooperative e circoli non solo della sinistra ma anche del Partito popolare di don Sturzo incendiate. Gli Arditi del Popolo riuscirono a respingere l’assalto degli squadristi solo a Parma, guidati da Guido Picelli, e nella città vecchia di Bari. A Milano i fascisti occuparono palazzo Marino e convinsero D’Annunzio, di passaggio in città, ad arringare la folla dal balcone. Il poeta guerriero non nominò mai il fascismo, invitò anzi alla riconciliazione nazionale, ma il successo propagandistico, data l’enorme popolarità dell’oratore, fu clamoroso. I fascisti conclusero l’occupazione della città bruciando la sede del quotidiano socialista Avanti!.

Lo sciopero legalitario fu per la democrazia un disastro irrecuperabile. “E’ stata la nostra Caporetto. Usciamo clamorosamente battuti. I fascisti sono oggi padroni del campo”, scriveva già il 13 agosto Turati, e Michele Bianchi, sul fronte opposto confermava: “La vittoria nostra è stata quello che è stata. Strepitosa, assoluta, superiore a tutte le previsioni”. Quella vittoria totale non dipese però solo dalla mobilitazione fascista ma anche e soprattutto dalla resa dello Stato nei giorni seguenti. Il governo considerò l’ipotesi dello stato d’assedio. Non si decise sulla base delle tre considerazioni che avrebbero poi condizionato anche la reazione, anzi l’assenza di reazione, alla marcia su Roma: il timore di scatenare la guerra civile, la convinzione che il fascismo potesse e dovesse essere addomesticato inserendolo in un governo, ma soprattutto il terrore, che campeggia in tutti i dispacci e le comunicazioni di quei giorni, di ridare fiato al “bolscevismo” sconfitto.

Per la seconda volta in un anno Mussolini era stato trascinato in direzione diversa e persino opposta da quella che aveva in mente. L’offensiva squadrista era iniziata alla fine del 1920, al termine del biennio rosso, con gli attacchi a Bologna, poi a Ferrara e di lì nel Veneto, in Umbria e in Toscana. Finanziate in buona parte dagli agrari, le squadre avevano attaccato ovunque per tutta la prima metà del 1921 e il fascismo aveva visto i ranghi ingrossarsi fulmineamente. Tra ottobre e novembre 1920 gli iscritti ai Fasci erano 1.065. Alla fine del maggio 1921 erano 187.588. Un anno dopo sarebbero arrivati a 322.310 con 100mila nuove iscrizioni solo negli ultimi due mesi. Nelle elezioni del maggio ‘21 i fascisti, che si presentavano all’interno dei Blocchi nazionali di Giolitti, avevano portato in Parlamento 35 candidati e Mussolini aveva lavato l’onta dei miseri 5mila voti raccolti sul suo nome nel ‘19, raccogliendo stavolta 197.670 voti a Milano e 173.343 a Bologna.

Però, stroncati i rossi, i finanziatori e i fiancheggiatori del fascismo, gli agrari e gli industriali, la grande stampa, le stesse forze dell’ordine abituate a chiudere gli occhi sulle violenze delle camice nere, si stavano raffreddando, iniziavano a considerare i fascisti una minaccia per l’ordine. In questa situazione Mussolini decise di firmare un “patto di pacificazione” con i socialisti impegnandosi a smobilitare la sua milizia. “Noi pensiamo che la guerriglia civile si avvia all’epilogo”, scrisse il 2 luglio 1921 e nel suo primo discorso alla Camera, qualche settimana dopo: “Siamo disposti a disarmare, se voi disarmate”. Il patto fu siglato il 2 agosto: i ras non lo accettarono. Smentirono Mussolini. Convocarono una grande manifestazione squadrista a Bologna, il 16 agosto, che era di fatto contro Mussolini, tanto che campeggiava uno striscione sprezzante: “Chi ha tradito tradirà”, alludendo alla passata militanza socialista del gran capo. “Il fascismo può fare a meno di me ma anche io posso fare a meno del fascismo”, replicò Mussolini e si dimise dal Comitato centrale.

La realtà era opposta: il duce non poteva fare a meno degli squadristi, gli squadristi non potevano fare a meno del duce. I principali ras, Farinacci e Balbo, si improvvisarono pontieri, assicurarono che la manifestazione di Bologna era stata contro il patto e non contro Mussolini. Sconfitto, il duce centellinò la resa. Il 23 agosto propose di trasformare i fasci in partito politico ma senza più rinunciare alla milizia. Seguirono mesi di discussione, nel corso dei quali l’offensiva squadrista ripartì più violenta di prima. Il 15 novembre Mussolini dichiarò il patto, in realtà mai nato, “morto e sepolto”.

Nell’estate del 1922 era evidente che la sola prospettiva per il fascismo, nonostante la forza che lo aveva reso politicamente il primo partito e militarmente padrone del territorio, era diventare Stato oppure sgonfiarsi nel giro di poco tempo. Per farcela doveva però scegliere tra la via legale della vittoria elettorale e quella insurrezionale. Il dilemma rimase irrisolto anche dopo la vittoria schiacciante della sciopero legalitario. Mussolini parlava di marcia su Roma ma specificando sempre che intendeva una marcia e una conquista spirituali non materiali, allo stesso tempo però l’opzione insurrezionale restava in campo. All’inizio di ottobre, Mussolini non aveva ancora fatto la sua scelta.