Nella Fase 1 del Coronavirus abbiamo assistito a qualcosa che non avevamo mai conosciuto: la tempesta della quiete. La bellezza inerte delle nostre città ci ha al contempo incantati e spaventati. Una strada senza macchine può farci respirare meglio, ma ci toglie il fiato. Come ci hanno tolto il fiato i monumenti senza turisti, i musei senza visitatori, le saracinesche dei negozi abbassate. Abbiamo visto tutti le immagini sublimi della nostra Italia nella sua denudata bellezza, ma poi le abbiamo trovate inquietanti.

In questi giorni di reclusione forzata, l’unico vero spiraglio di luce che abbiamo visto non era nelle notizie del telegiornale o negli annunci di un qualche ministro: l’unica luce che abbiamo visto era quella del vicino che ci vive accanto, di sopra, di fronte. Ci ha fatto bene sentirci circondati dalla vita che si nasconde dietro la tenda di una casa o della corsia di un ospedale.

Se nell’altro, nel nostro vivere in società, in un distanziamento forzato, ritrovavamo lo spirito di comunanza e di comunità, la tempesta della quiete, il silenzio della bellezza, avevano già iniziato a strappare le radici del nostro bene. Settimana dopo settimana buona parte del raccolto era già andato bruciato: il 13% del Pil nazionale, circa 230 miliardi di euro, sono andati in fumo. Quattro milioni di posti di lavoro sono in pericolo. 130 milioni di arrivi nel nostro Paese sembrano essersi dissolti come per effetto di una magia nera. Probabilmente non sarà facile recuperare subito ciò che abbiamo perso, ma per ridare bellezza al futuro potremmo iniziare a concentrarci su ciò che in questa crisi abbiamo capito, ciascuno nella sua unicità.

Di queste 60 milioni di singolarità chi ci governa dovrebbe tenere maggiormente conto. E non mi riferisco alle misure economiche (insufficienti) decise dal governo, ma a un’apparente incapacità di comprendere (prendere con sé) davvero quei milioni di italiani che, pur non avendo dovuto subire l’angoscia di un ricovero, sono stati chiamati ad affrontare sacrifici e rinunce pesanti. Anche perché comprendere, in fondo, significa saper stare sulla stessa lunghezza d’onda. E se c’è una cosa che abbiamo capito da questa crisi è che l’unica lunghezza d’onda su cui non vogliamo mai più ritrovarci è quella del silenzio, della tempesta della quiete. È tempo per la bellezza di tornare a vivere.