Il regista americano Kelly Duda, autore di un’inchiesta sullo scandalo del sangue infetto degli anni 80 e 90, è finito sotto processo a Roma per il reato di “offesa all’onore o il prestigio di un magistrato”.

A raccontare il caso è il quotidiano britannico Guardian, che riporta come ieri nella capitale italiana si sia svolta la prima udienza. Duda, processato in contumacia, era assente. Il processo dovrebbe riprendere a luglio.

Ma facciamo un passo indietro. Duda, con le sue inchieste giornalistiche e un documentario video noto in tutto il mondo, Factor 8, ha contribuito a fare luce sulla vicenda, rivelando come migliaia di persone in diversi paesi, tra cui l’Italia, fossero morte dopo essere stati contaminati con farmaci importati dagli Stati Uniti. I casi in Italia risalgono negli anni 80 e 90, quando 2.605 emofiliaci sono stati infettati dal virus dell’HIV ed epatite attraverso il plasma prelevato dal sangue dei detenuti in un istituto penitenziario dell’Arkansas.

L’indagine di Duda ha messo in luce un uso disumano dei detenuti di un carcere dell’Arkansas: per tre decenni, infatti, lo stato americano ha tratto profitto dal sangue raccolto dai prigionieri, come parte di un programma sul plasma gestito per conto dello stato da un’azienda sanitaria ormai chiusa. Gli emoderivati ​​sono stati venduti in tutto il mondo, mentre i prigionieri hanno ricevuto una somma irrisoria.

Nel dicembre 2017 Duda si è recato a Napoli per testimoniare per l’accusa in un processo per omicidio colposo contro Duilio Poggiolini, uno dei più importanti dirigenti del ministero della Sanità tra gli anni Settanta e Novanta, già condannato per corruzione durante le inchieste note come “Tangentopoli”, e contro nove dirigenti e tecnici del gruppo farmaceutico Marcucci, azienda farmaceutica che produceva e commercializzava emoderivati. Gli imputati sono stati tutti assolti nel 2019, dopo un processo durato 23 anni.

Ma in questa occasione, il regista è passato da testimone a imputato. Come riporta il quotidiano britannico, durante l’udienza che il film maker ha descritto come caotica e confusa, il pubblico ministero Lucio Giugliano avrebbe tentato di bloccare e screditare la testimonianza di Duda, nonostante fosse teste dell’accusa. Sorpreso dall’atteggiamento della procura Duda, quando ha stretto la mano a Giugliano, gli ha rivolto un commento in inglese: “Nel mio Paese, quello che hai fatto oggi, sarebbe vergognoso”.

Il magistrato ha comunicato a Duda di aver appena commesso un reato e ha dato disposizioni agli agenti presenti in tribunale di arrestare il regista. Subito, però, è diventato chiaro che Duda non poteva essere trattenuto. Ma il procuratore è andato avanti per la sua strada e ha presentato denuncia nel 2019 contro il film maker.

Il giornalista viene adesso assistito dall’Ufficio di Assistenza Legale di Ossigeno, Media Legal Difende Initiative e Free Press Unlimited: questi considerano la vicenda “strategica” per la difesa della libertà di espressione.

La magistratura italiana, che fa uso di una norma di epoca fascista, inquisisce un giornalista internazionale per aver svolto il suo lavoro. E il caso suscita preoccupazioni sullo stato della libertà di stampa in Italia.

Redazione