«Può succedere, a chi come me sia entrato nel “tunnel” del riscatto (architettonico) del carcere, di “andare in overdose” per l’assunzione eccessiva di concetti reiterati e mai concretizzati. Constatare che la realtà (materiale e immateriale) delle nostre carceri continui a rimanere a distanze siderali da quella dei proclami dei rappresentanti di turno delle istituzioni (politici e non) e delle argomentazioni di quanti a vario titolo se ne occupano, può indurre ad assumere atteggiamenti bipolari. I sintomi e i segni in tal senso si palesano nell’alternanza di stati depressivi con altri di iperattivismo ed euforia. Secondo tali premesse, ritengo illuminante tratteggiare il quadro delle vicende più significative, che nell’ultimo decennio hanno messo a rischio la salute e l’equilibrio degli architetti “intossicati” di carcere». Così l’architetto Cesare Burdese ci introduce in una riflessione sugli spazi della pena, sull’attenzione che meritano gli aspetti architettonici del carcere.

Un’attenzione che nel tempo ha dato vita a una significativa attività legislativa (in Parlamento) e culturale (fra università, associazionismo e così via). «In questo modo, si sono replicati a dismisura annunci e proclami di cambiamenti architettonici epocali, seducenti per il neofito, irritanti per il veterano», sottolinea Burdese. Tutto è iniziato con il piano carceri del 2010 voluto per realizzare in meno di due anni prigioni civili per 20.000 posti e far tornare l’Italia uno Stato civile, a fronte delle criticità del sovraffollamento endemico delle nostre carceri. «Un piano che è stato fallimentare rispetto alle aspettative, non avendo creato i posti previsti, e che si è arenato ben presto sulle secche della norma farraginosa e della politica “disattenta” – aggiunge Burdese – Una “disattenzione con cui per anni si è lasciato che peggiorassero le condizioni di chi si trova in carcere e di chi in carcere ogni giorno lavora”, come ha denunciato recentemente l’attuale guardasigilli Marta Cartabia nella relazione finale della Commissione per l’innovazione del sistema penitenziario, presieduta dal professor Marco Ruotolo».

Di questa Commissione, come di altre nel passato, l’architetto Burdese ha fatto parte. Tornando alla storia, nel 2013 l’allora ministro Andrea Orlando convocò gli Stati generali sull’esecuzione penale, “per dare reale attuazione ad una funzione evidentemente per gran parte e per troppo tempo soltanto enunciata” si disse facendo riferimento alla funzione trattamentale. «Era quello il periodo del quarantennale della riforma dell’ordinamento penitenziario – ricorda Burdese – Preceduto dall’umiliante condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamento inumano e degradante di persone detenute». I progetti emersi da quegli Stati generali sono rimasti però sulla carta. «Una vicenda – dice Burdese – emblematica di un sistema che non si evolve; basti pensare al fatto che gli esiti dei suoi lavori sono stati affossati dalle stesse compagini politiche che li aveva voluti per sopraggiunte strategie e logiche elettorali avverse». Si arriva così al 2018, alla riforma dell’ordinamento penitenziario.

«Negli anni sono stati diversi i momenti istituzionali che hanno contribuito a creare false aspettative e ampliato la visione delle difficoltà che il nostro Paese incontra a risolvere i problemi architettonici del sistema carcere. È il caso della realizzazione delle nuove carceri di San Vito al Tagliamento e Di Bolzano e della rifunzionalizzazione a carcere di alcune caserme dismesse acquisite dal Demanio pubblico – ricostruisce Burdese -. Nel 2019 il Ministro della Giustizia di nuova nomina esordì promettendo che nell’arco di un anno sarebbe stata ristrutturata e messa in funzione, con 400 posti detentivi, la prima delle caserme acquisite da adibire a carceri. Si trattava della Caserma Bixio di Casale Monferrato, dismessa da decenni e che al momento resta tale». «A quanti hanno consapevolezza della materia edilizia e delle dinamiche che regolano la progettazione e la costruzione delle carceri nazionali – aggiunge – è apparso subito evidente che non sarebbe stato possibile mantenere quella promessa nei limiti temporali indicati. La consistenza dei lavori necessari per la rifunzionalizzazione dell’esistente e le dinamiche farraginose che nel nostro Paese portano in generale alla realizzazione delle opere pubbliche e in particolare degli istituti carcerari ne sono la principale causa. I casi citati di San Vito al Tagliamento e di Bolzano, nuove carceri che da oltre dieci anni dall’avvio delle procedure di realizzazione attendono di essere costruiti, testimoniano lo stato di difficoltà nel dare concretezza alle buone intenzioni».

Così, fra un’overdose di parole e progetti mai realizzati, si arriva al 2021 e alla Commissione per l’architettura penitenziaria. Una sorta di ultimo atto della rappresentazione della stagione dei proclami architettonici in tema di carcere. L’obiettivo è allineare i luoghi dell’esecuzione penale alla funzione costituzionale di rieducazione e responsabilizzazione del detenuto. Saranno i mesi e gli anni a venire a dare contezza dei risultati reali scaturiti dai lavori di questa Commissione (se mai ve ne saranno). Il quadro sin qui fornito configura un sistema capace di produrre soluzioni migliorative virtuali, ma incapace di cambiamenti reali. «Quanto traspare dai fatti illustrati può indurre a stati d’animo che vanno dall’irritazione alla preoccupazione. L’irritazione – spiega Burdese – scaturisce dal protrarsi dello stato irrisolto delle cose, la preoccupazione dal fatto che le cospicue risorse che stanno per essere erogate per migliorare lo stato misero delle nostre infrastrutture penitenziarie, stante l’assenza delle necessarie condizioni culturali ed operative per farne buon uso, vengano spese (se mai lo saranno) in maniera disattenta. In campo vi è la trasformazione e l’adattamento ai nuovi bisogni di una realtà architettonica che appare inamovibile, con lo spettro di doverlo obbligatoriamente fare in tempi stabiliti e brevi».

Come procedere quindi? Come uscire da tale impasse? «La risposta è con la ragione e con lo spirito che ci appartiene e che da sempre hanno spesso risolto problemi che sembravano insolubili. Il monito di Antoine de Saint Exupéry ci viene in soccorso: “… Nella vita non ci sono soluzioni. Ci sono delle forze in cammino: bisogna crearle, e le soluzioni vengono dopo”. Le forze in cammino – spiega Burdese – sono quelle che sino ad oggi hanno fatto progredire culturalmente e materialmente il nostro Paese, e anche quelle da qualche tempo rivolte alla dimensione spaziale della pena. Le forze in cammino sono quelle che sapremo creare, affiancandole a quelle esistenti. Si tratta di riflettere sul passato e sul presente, per agire con la consapevolezza dei limiti in campo, evitandoci disinganni che porterebbero a clamorosi fallimenti. Sempre che – conclude Burdese – risolvere i problemi delle infrastrutture penitenziarie sia argomento prioritario nelle agende politiche presenti e a venire».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).