Come solitamente accade quando ci si trova a scegliere da che parte stare su argomenti fortemente polarizzanti, sui fatti di Modena l’opinione pubblica italiana è spaccata in due. Da una parte c’è chi tende a minimizzare il problema, derubricando a gesto di un folle quello compiuto dal trentunenne di origini marocchine Salim El Koudri, che ha lanciato la sua auto a folle velocità contro alcuni passanti; dall’altra invece c’è chi lo considera un atto terroristico premeditato dettato da odio religioso di matrice islamista. I due punti di vista sono opposti, e ciò descrive alla perfezione l’Italia di oggi, dove sembra non ci sia spazio per le vie di mezzo. L’estremismo nasce in politica e si proietta su un’opinione pubblica che accetta passivamente le Weltanschauung imposte dall’alto. Questo è un grosso problema, di cui nessuno parla, ma che sta avendo ripercussioni ben visibili nelle relazioni interpersonali.

Il tessuto sociale sta cambiando arricchendosi di un multiculturalismo fino a pochi decenni fa sconosciuto, ma l’ignoranza che contraddistingue larghi strati della popolazione fa sì che razzismo da un lato e fanatismo religioso dall’altro trovino terreno fertile per attecchire, creando non poche criticità. Come se non bastasse, a complicare la situazione scendono in campo la politica e il loro strumento di propaganda per eccellenza, i mass media, che fanno di tutto per aumentare le distanze tra i cittadini, esasperando differenze e cercando di massimizzare i risultati che portano al divide et impera mettendo l’accento sui casi estremi. L’odio sociale che ne deriva trova poi il suo principale alleato in un sistema giudiziario che, tra figure create ad hoc per provocare disordine e cavilli utili a far sì che una sentenza possa essere continuamente impugnata e messa in discussione, non riesce a garantire la certezza della pena, o, per meglio dire, garantisce pene non proporzionate ai reati.

L’ossessione italiana per il reinserimento sociale fa perdere di vista il fatto che non tutti i criminali sono moralmente predisposti per essere rieducati. In una società in cui, per non rischiare di venire meno ai dettami del politically correct, nemmeno chi si rende colpevole del reato di tentata strage può essere additato come cittadino pericoloso, che aumentino tensioni e diffidenza tra la popolazione è una conseguenza quasi ovvia; se poi tale reato è commesso da un cittadino straniero, o di origini non italiane, la faccenda non può che sfociare nel razzismo più becero. Quando poi si viene a scoprire che chi ha ucciso lo ha fatto perché spinto a sua volta da odio razziale e religioso, le possibilità che le tensioni sociali generino vere e proprie le faide sono altissime. Parafrasando il famoso asserto “punirne uno per educarne cento”, potremmo dire “assolverne uno per criminalizzarne cento”, volendo intendere che adottare forme esasperate di buonismo e lassismo serve solo a colpevolizzare gli stranieri per bene.

Ma c’è un altro rischio, forse peggiore del precedente, ovvero che prenda piede un altro principio, quello del “giustificarne uno per fomentarne cento”, ovvero la possibilità che, sentendosi immuni da ogni tipo di punizione, anche altri elementi deviati, o radicalizzati, presenti sul nostro territorio possano trovare lo stimolo per delinquere. Il garantismo è una cosa, l’impunità un’altra. E nulla hanno in comune se non nella mente di qualcuno che, sprovvisto di buon senso, cerca in tutti i modi di farli coincidere, con buona pace di chi tenta di integrarsi e rispettare le regole del Paese che lo accoglie. Non capirlo significa soffrire di autolesionismo perché fare gli avvocati delle cause perse, ostinandosi a difendere l’indifendibile, non fa che pregiudicare la sicurezza di tutti. Una simile strategia, messa in atto in maniera costante e continuativa, darà inevitabilmente vita a una società sempre più malata dove saranno costretti a vivere anche coloro che pare siano disposti a correre questo rischio costi quel che costi.