A che punto è la redazione del cosiddetto Masterplan del litorale domitio-flegreo, si chiede e implicitamente mi chiede l’amico Marco Demarco nel suo editoriale di sabato scorso. Domanda legittima, a maggior ragione se a porla è un osservatore attento come il direttore della scuola di giornalismo dell’Università Suor Orsola Benincasa che sull’argomento, da tempo, sollecita riflessioni e approfondimenti. Sono occorsi circa due anni per impostare il lavoro, attivare processi reali di partecipazione e condivisione da parte del territorio, elaborare proposte, definire un contesto favorevole al recepimento di nuovi modelli, nell’ambito della pianificazione di area vasta e come buona pratica di governance e di raccordo con la programmazione e l’allocazione delle risorse.

In questo percorso articolato, compiuto da una vera e propria task-force costituita da strutture della Regione, con l’assistenza tecnica di Ifel Campania, e dal gruppo di progettazione coordinato da Andreas Kipar, si è pervenuti nel mese di settembre scorso all’approvazione del preliminare di Masterplan. Due mesi prima, la giunta regionale ha provveduto a emanare le nuove norme in materia di governo del territorio con la previsione specifica di uno strumento innovativo, il Programma integrato di valorizzazione, che recupera e proietta l’intuizione originaria del Masterplan in una dimensione e operatività statuita da legge. Infine, a novembre, è stato approvato il preliminare di Piano paesaggistico regionale, nel cui ambito trovano ulteriore coerenza ed organicità le previsioni del Programma integrato. Il lavoro è alle fasi finali e contiamo, entro il prossimo mese di luglio, di portare in giunta, non prima di averlo condiviso con le 14 amministrazioni comunali coinvolte, il progetto definitivo di Masterplan.

Ritorno su di un punto che ritengo discriminante nei confronti di pratiche tradizionali e oltremodo qualificante del processo di redazione del Programma, prima ancora della qualità dei risultati eventualmente conseguiti: la realizzazione di uno strumento innovativo, e anche per questo sperimentale, partendo dal basso, con il contributo di tutte le forze sociali, economiche, culturali e politiche del territorio. È stato costituito, anche formalmente, un partenariato istituzionale con l’adesione di 180 soggetti rappresentativi, si sono tenuti decine di incontri, in tutte le aree coinvolte, sono pervenute 170 manifestazioni di interesse da parte di soggetti privati per un valore di circa quattro miliardi di euro. Sul territorio domitio-flegreo già oggi sono attivati interventi per oltre un miliardo, nel campo delle bonifiche ambientali, nuove infrastrutture e per la valorizzazione del sistema dei beni culturali.

Tutto bene, dunque? Non sono così ingenuo da pensare che lo sforzo prodotto finora sia sufficiente a superare le criticità e i ritardi che riguardano questa parte importante, ma anche sfortunata della nostra regione. Lo strumento che contiamo di mettere a disposizione della comunità locale, più in generale dell’intero territorio regionale, rappresenta un’occasione irripetibile per il rilancio dell’area ed è un segnale di ottimismo e il possibile inizio di un percorso per il riscatto economico, sociale e morale di un’intera popolazione. La strada sarà lunga, non semplice da percorrere e, soprattutto,, non si potrà immaginare di risolvere, per esempio, i problemi sollevati dal direttore Demarco con il solo annuncio dell’approvazione del Masterplan.

In questa parte di Campania sono ormai 40 anni che si è rinunciato a governare e indirizzare virtuosamente i processi di trasformazione e di sviluppo, dei luoghi non meno che delle persone e comunità insediate. Se posso dirlo, senza rischiare facili strumentalizzazioni, lo scandalo di Mondragone non sono certo le palazzine della ex Cirio, a loro modo più dignitose di tanti campi e favelas, come quelle calabresi e pugliesi, spesso date alle fiamme con gli occupanti all’interno. Perché in futuro tante parti della nostra Penisola possano partecipare proficuamente a progetti di riqualificazione e valorizzazione delle risorse territoriali, ci sarà sicuramente bisogno di programmi o di masterplan adeguati ma, prima ancora, della nostra capacità di indignarci e rifiutarci di consentire che, accanto a noi, continuino ad essere sfruttati come schiavi tanti immigrati o stranieri, nei campi come lungo i bordi delle strade.