Perché leggere, o rileggere, oggi “La peste” di Albert Camus, romanzo apparso nel lontano 1947? Si potrebbe rispondere semplicemente: perché la “peste” è sempre tra noi e che nel capire come combatterla, o conviverci, sta il nocciolo dell’esistere. Scrisse Camus: «Voglio esprimere mediante la peste quel soffocamento di cui abbiamo sofferto, e quell’atmosfera di minaccia e di esilio nella quale abbiamo vissuto. Voglio contemporaneamente allargare questa interpretazione al concetto di esistenza in generale. La peste darà l’immagine di coloro che in questa guerra hanno avuto il compito della riflessione, del silenzio – e della sofferenza morale». Sono dunque due i piani di lettura: la condizione di «soffocamento che abbiamo vissuto» – il fascismo, la guerra. Ma anche un piano più filosofico-morale, quello della ricerca del senso dell’esistenza. Qualche anno fa, al tempo del Covid, Bompiani pensò bene di ripubblicare questo capolavoro del Novecento con una bellissima introduzione di Alessandro Piperno e la traduzione di Yasmina Mélaouah, e il volume è stato da poco ristampato in una veste elegante.

La vicenda, ambientata a Orano, Algeria, è narrata dal dottor Rieux – ma questo lo sapremo solo alla fine – l’uomo che cerca di fare qualcosa contro il terribile flagello della peste portata in città da migliaia di ratti. Tutto il romanzo è basato sulla progressiva consapevolezza degli abitanti. Ma il male, anche quando debellato, non si ritira mai una volta per sempre. Realismo e metafora insieme. Come in Manzoni. Come nel recente “Le notti della peste” di Pamuk. Ora, la grandezza del romanzo camusiano sta proprio nel fatto che la metafora va oltre il suo significato originario. Può essere il fascismo, il nazismo, la guerra, un’epidemia, ma anche – e forse soprattutto – la condizione umana esposta al male e all’assurdo. Leggendo la prefazione di Piperno, si potrebbe dire che Camus non sostenga tanto che il male può essere sconfitto ma qualcosa di più complesso e in fondo tragico: il male esiste, non ha necessariamente una spiegazione, e tuttavia l’uomo deve comportarsi come se la propria condotta avesse un significato, deve cioè trovare un posto nel mondo se vuole esistere.

Formalmente, il romanzo è molto bello. La prosa è fredda, quasi “giornalistica” nel racconto del susseguirsi della cronaca dei fatti. «Al grande slancio indomito delle prime settimane era seguito un abbattimento che sarebbe sbagliato scambiare per rassegnazione, ma che era comunque una specie di temporaneo consenso. I nostri concittadini si erano messi al passo, si erano adattati, come si suol dire, perché non c’era modo di fare altrimenti. Avevano ancora, certo, le sembianze della tragedia e della sofferenza, ma non ne sentivano più il morso. E del resto il dottor Rieux, per esempio, riteneva che fosse proprio questa la tragedia, e che l’abitudine alla disperazione è peggiore della disperazione stessa». È una frase, quest’ultima, tipicamente esistenzialista: nella incertezza tra l’azione e la constatazione. È una scrittura «che sembra semplice perché ha eliminato tutto ciò che non è necessario, ma proprio per questo lascia il lettore solo davanti alle domande essenziali». Va letto, o riletto, questo che è uno dei grandi capolavori del Novecento.