Per Brunetta tornato al governo, il fronte esorcista-demoniaco della sinistra sinistrese, rosica. Molto. Geneticamente, viene dal ceppo dei socialisti liberali moderni, ovvero riformisti di un anticomunismo temperato dall’umanità. Il fronte degli odiatori e dei vetriolisti invece con lui ha usato tutte le piccole armi del suo kit di matitacce e battutine straccione, prima di tutto per il fatto che è un uomo di corta statura e gioioso di temperamento. Si sono sganasciati e alla fine le ganasce si sono disarticolate mentre lui, Renato, seguitava a mantenere la sua eleganza inappuntabile. Mentale, prima fra tutte.

Gli hanno anche giocato uno scherzo da giornalista qualche giorno fa sul Corriere e poi gli hanno chiesto scusa. Una gaffe consistita nel ripubblicare come nuova una sua intervista che risaliva a giugno, in cui Brunetta diceva – a virus calante – che era ora di piantarla per cortesia con lo smart working (termine, sia detto per inciso, che non esiste nella lingua inglese, ma solo italiano e tipico del governo Conte, questo Albione de noantri), torniamo a lavorare. Brunetta è sempre stato convinto che la gente onesta lavori guidata dalla propria etica. E che se non lavora, non ha etica e fa parte della categoria dei malfattori. È uno dei tanti calvinisti inconsapevoli d’Italia, quelli per cui la giustizia sociale con le riforme, va sempre insieme all’onestà, fino alla brutalità, pur di non cedere spazio al politicamente corretto e parassitario.

Per motivi a noi ignoti, ma che denotano – se l’episodio è vero– la sua generosità umana, avrebbe detto a Luigi Di Maio di vedere in lui nientemeno che uno “statista”. Se l’ha detta, o aveva preso uno spritz o avrà avuto i suoi motivi. Anzi, già che ne ha le vesti, si informi: alla Farnesina gli ambasciatori dicono di divertirtisi moltissimo facendo ognuno quel che gli pare, perché mancano le direttive e anche il ministro. Sempre funzione pubblica è. Anche per la figura internazionale, ora che c’è Biden e tutti aggiungono una goccia di dopobarba in più. Renato Brunetta è un uomo per sua natura affettuoso e sentimentale: è una sua qualità radicata e anche veneziana che lo rende simile a un altro grande socialista veneziano purtroppo scomparso, Gianni De Michelis con cui Brunetta lavorò a lungo. Un altro che è stato per decenni bersagliato dalla suburra del giornalismo e dai vignaroli della vignetta.

Cominciò all’Università di Padova e poi nei governi di Bettino Craxi, Giuliano Amato e Ciampi, scrivendo sempre moltissimo. Fatto personale: quando in Italia scoppiò lo scandalo delle spie sovietiche per il cosiddetto “dossier Mitrokhin” (un archivista ex sovietico che portò il malloppo dei suoi appunti in Inghilterra) che gettò nel panico i comunisti italiani provocando una tale scompostezza da far chiedere a loro stessi una Commissione d’inchiesta di cui poi io nel 2002 diventai presidente, Renato Brunetta si gettò a corpo morto sulla vicenda e scrisse tantissimo e con una accuratezza imperdonabile, tant’è che lo mitragliarono di querele. Tratto umano: tu lo incontri e ti viene incontro con un sorriso rarissimo fra le persone di questo pianeta e poi devi chinarti per prendere e ricevere un bacione sulla guancia. Non che non sia incazzoso, tutt’altro. È incazzosissimo. Si sdegna. Ma poi si contenta delle scuse, come è accaduto con questa gaffe di cui abbiamo detto.

È stato ministro dei governi Berlusconi proprio per lo stesso dicastero che va adesso ad occupare: la funzione pubblica. È un riformista razionalizzatore, prova un profondo schifo per lo spreco delle energie e delle risorse personali e collettive, prova orrore per il furbismo-leninismo, per i luoghi comuni, il politicamente corretto, il chiacchiericcio sinistrese. Insomma, è dei nostri. Siamo sicuri che odia gli ultimi mostri lessicali del politichese pentastellare scazzolato alla zingaretta, e cioè “punto di caduta” e la vecchia “quadra” di bossiana memoria che adesso è diventato lessico per telegiornali: “Il ministro dell’economia sembra che abbia trovato la quadra…”. Ha sempre scritto molti articoli di economia e politica. È stato un sacco di cose, accademico, direttore di riviste prestigiose, un bersaglio vivente per brigatisti e affini, come giuslavorista e riformatore del Partito socialista insieme a Gino Giugni. E poi deputato europeo per Forza Italia, è stato il campione della riforma della pubblica amministrazione, cui adesso torna.

L’ultima medaglia: ha detto di no alla decisione del suo partito di accodarsi al referendum che ha mutilato il Parlamento della Repubblica per pura demagogia e ha rotto, come è suo costume, le direttive che richiedono disciplina. Alla fine, comunque, lo stesso Berlusconi che aveva nicchiato parecchio alla retorica referendaria, lasciò libertà di coscienza. Oggi eccolo lì, certamente sempre sulle palle a un certo genere di statali di un tempo, i fannulloni leggendari, ma molto più considerato perché oggi il fannullonismo è appannaggio dei soli grillini col reddito di cittadinanza a chi capita capita. Ogni tanto Renato se ne esce con la sua spontaneità di uomo libero e senza peli sulla lingua, con incazzature di ritorno a cascata. Come quando disse: «Ci vorrebbero più poliziotti per le strade. Ma non i poliziotti panzoni che hanno vissuto dietro una scrivania, ci vorrebbero poliziotti veri». Figuratevi quello che successe giù al sindacato.

Fra le sue imprese magnificamente più sciagurate, dunque eroiche, va ricordata la riesumazione di una parola malfamata: “culturame” già usata in senso spregiativo dal ministro di polizia Mario Scelba negli anni Cinquanta, in un’epoca in cui ancora lo scrittore americano Tom Wolfe non aveva inventato l’espressione radical chic, che vuol dire appunto culturame. Da applicare a coloro che si appropriano della cultura per usarla come clava e blasone, decidendo che cosa sia bello e trendy. Il fatto che Draghi l’abbia preso in squadra è secondo noi un buon messaggio: non trattava soltanto di dare un ministero di peso a un uomo di Forza Italia, ma di premiare un genere di intellettuale laico, duttile e tuttavia intransigente. Non c’è nulla in lui che evochi la macchietta, che spinga all’aneddotica, a parte una lingua senza censure, perché ha la caratteristica che – a occhio e croce – Draghi cerca nella sua squadra: la modernità, ovvero persone che sappiano pensare il futuro moderno e trovare i viottoli per raggiungerlo.

Basta, altrimenti diventa un panegirico e non è il caso, ma meglio avvertire il lettore quando si è di parte, che fare l’ipocrita. Dimenticavo: è un uomo educatissimo, molto rispettoso delle forme più formali, un uomo sempre in giacca e cravatta. Buona cravatta. Quando lo prendevano in giro da adolescente gli canticchiavano una canzoncina di Mina il cui ritornello diceva: “Renato, Renato, Renato, così carino, così educato”. Ma era una balla. Educato, sì. Ma una macchina da guerra intellettuale che agisce per il puro piacere intellettuale della macchina da guerra intellettuale. Adesso, basta davvero.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.