Partiamo da un dato scientifico, reso pubblico dalla rivista Epidemiologia & Prevenzione in occasione del convegno dell’Associazione italiana di epidemiologia che si è tenuto a Catania pochi giorni fa, tra il 23 e il 25 ottobre scorsi: l’impianto siderurgico dell’Ilva di Taranto ha effetti seri sulla salute degli abitanti della città pugliese, in particolare sui residenti del quartiere Tamburi. È vero, questo impatto sta diminuendo. Ma è ancora alto. I morti attribuibili alle emissioni tossiche della fabbrica, per esempio, sono passati dai 28 dell’anno 2000, ai 18 del 2012 ai 5 del 2015. Una diminuzione significativa, ma non sufficiente. Nel quartiere Tamburi il rischio di contrarre un tumore ai polmoni, dicono gli epidemiologi, ancora nel 2015 era più alto del limite di riferimento. E questo nonostante che la produzione di acciaio (e quindi di emissioni) sia fortemente diminuite.  Un rapporto già noto aveva mostrato che tra il 2002 e il 2015 si sono registrati nell’area 600 malformazioni congenite nei neonati, con un’incidenza superiore a quella attesa. L’Ilva così com’è non è compatibile con la salute umana. Si deve intervenire e in fretta. La messa in sicurezza ambientale e sanitaria deve avvenire, secondo gli epidemiologi, presto, molto prima dei tempi previsti: ovvero prima del 2023. In altri termini deve avvenire subito.

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Nell’Ilva di Taranto si incrociano due diritti inalienabili, dunque: il diritto alla salute e il diritto al lavoro. Questi diritti non possono essere posti l’uno contro l’altro. Il traguardo da raggiungere – che sembra sfuggire nelle discussioni quasi tutte di natura giuridica di questi giorni – è dunque costruire un futuro desiderabile per Taranto costituito da un ambiente più sano senza pregiudicare l’occupazione. La domanda è: c’è qualcuno in grado di raggiungere in tempi strettissimi questo obiettivo? Una subordinata è: l’obiettivo è raggiungibile continuando a produrre acciaio nello stabilimento di Taranto, il più grande d’Europa?  Industriali, sindacati e istituzioni politiche locali e nazionali dovrebbero rispondere a questi due difficili quesiti. Lavorando nel contempo su due scale temporali: l’immediato (come indicano gli epidemiologi) e il medio termine (i prossimi anni e decenni). La storia e il caos attuale sembrano dire che è molto, molto difficile che lo stabilimento possa essere messo in totale sicurezza nei tempi indicati dagli epidemiologi. Il che sembra lasciare aperta una sola via realistica: la rinuncia alla produzione di acciaio in quello stabilimento. Perché non è accettabile avere una mortalità e una morbilità superiore alla media le cui cause sono sia note sia rimovibili. Dunque occorre immaginare un nuovo futuro di lavoro per i dipendenti dell’Ilva. Per tutti i dipendenti. Un’esigenza che non è in contraddizione con il mercato. Non è facile in Italia e in Europa produrre acciaio riuscendo a competere con i paesi di nuova industrializzazione. Tecnicamente è forse possibile, puntando sulla qualità del lavoro italiano e dunque produttività. Ma la porta resta strettissima. Anche un radicale rinnovamento dell’impianto nulla garantisce. Bagnoli non è forse diventata un deserto industriale – a causa delle condizioni di mercato – appena dopo un processo di costoso ammodernamento dell’impianto siderurgico di Ilva ex Italsider ex Ilva? Già proprio il destino di Bagnoli indica la strada da non seguire per costruire un futuro desiderabile. A un quarto di secolo di distanza da quella che Ermanno Rea ha chiamato “la dismissione”, l’area a monte della meravigliosa baia tra Napoli e Pozzuoli, è non solo un deserto industriale, ma un deserto industriale inquinato. La strada da seguire è, dunque, un’altra. Anzi è quella opposta imposta a Bagnoli: disinquinare e generare nuove forme di lavoro socialmente ed ecologicamente sostenibili.

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Una fuga in avanti? Un’utopia irrealizzabile? Assolutamente no. Tutta Europa e anche il Nord America hanno conosciuto negli ultimi anni la perdita dell’industria pesante. Moltissime acciaierie sono state chiuse. Ma in alcuni paesi questa fase della storia industriale non è stata vissuta come una tragica fatalità, ma come un’occasione per cambiare la specializzazione produttiva di un’area, di una città, persino di una regione. L’esempio forse più eclatante è quello della Ruhr, in Germania: una vasta area con quasi sei milioni di abitanti nota fino a trent’anni fa sia per le sue miniere di carbone, il combustibile di un imponente sistema di industrie siderurgiche sia per il suo altissimo tasso di inquinamento. Era una delle aree più sporche d’Europa. La crisi dell’industria pesante ha fatto non perdere, ma cambiare lavoro a centinaia di migliaia di persone. Non più minatori e operai metallurgici, ma operatori dell’industria culturale e risanatori dell’ambiente. È stata la fortuna della Ruhr, non solo perché la salute dei suoi abitanti è oggi salvaguardata, ma anche perché questo è avvenuto con un aumento dell’occupazione complessiva, sia grazia al turismo – la Ruhr è oggi una delle aree turistiche più visitate in Europa pur non avendo davvero molte bellezze naturali – sia grazie a una nuova industria, immateriale: l’industria culturale. Molto interessante è stato il processo di cambiamento della specializzazione produttiva della Ruhr, che ha coinvolto con varie forme molti attori: industriali, istituzioni statali, enti locali e cittadini tutti. La trasformazione radicale dell’economia e dell’ambiente della Ruhr è stato realizzato con sguardo lungo e con il consenso generale, non calato dall’alto. Questa è la strada che bisogna seguire anche a Taranto (e a Bagnoli). Trasformare l’economia senza abbandonare la città, ma al contrario impiegando le attuali maestranze dell’Ilva – subito e senza soluzione di continuità nel loro percorso d lavoro – nella riqualificazione dell’area, che è un SIN: un sito inquinato di interesse nazionale. E contestualmente avviare, seguendo non rigidamente il modello Ruhr, la creazione di una nuova industria, fondata sulla conoscenza. Umberto eco la chiamava industria creativa, perché costituita da ricerca scientifica, formazione, produzione di beni e servizi ad alto tasso, appunto, di conoscenza aggiunto e con il vantaggio di essere largamente immateriale. E, dunque, potenzialmente non inquinante. Chi deve guidare questo processo? Lo Stato (e l’Europa), non c’è dubbio. Ma senza burocrazia e schemi rigidi. Lasciamo che la creatività dei singoli e dei gruppi possa liberarsi. La Ruhr ha dimostrato che è possibile. L’Italia e Taranto hanno qualcosa in più dell’area tedesca: le bellezze naturali e i beni culturali. Che possono essere altrettante occasioni di sviluppo sostenibile. L’unico sviluppo che può garantire un futuro socialmente ed ecologicamente desiderabile. Trasformiamo la crisi in un’opportunità. La pressoché inevitabile dismissione della fabbrica in una nuova immissione di idee e di lavoro.