Roberto Scarpinato non è più un magistrato. È un politico, e dunque si adatta a fare quello che fanno certi politici: minaccia la stampa, evita di rispondere alle domande, scansa gli argomenti. Che però ci sono, e a volte riaffiorano da quei meandri della memoria collettiva in cui erano stati archiviati. Il Riformista è fatto oggetto di una campagna che punta “a punirne uno per educarne cento”: Scarpinato minaccia querele che possono servire, non spaventando noi, almeno a tenere alla larga gli altri. Ma qual è la pietra dello scandalo? Il Riformista ha pubblicato una interrogazione parlamentare presentata dall’ex parlamentare ed ex Ministro della giustizia Filippo Mancuso, virgolettando domande e risposta. Se pubblicare gli atti parlamentari diventa oggetto di querela, capiamo meglio la fascinazione che il Venezuela di Maduro esercita sul Movimento Cinque Stelle. A noi risultava ancora ammessa la facoltà dei giornali di mettere in pagina le interrogazioni parlamentari. Perfino di quelle di vent’anni fa. Anche perché talvolta, scansata la polvere degli anni, ci sono carte che continuano a parlare.

La vicenda che quella interrogazione evocava è degna di un romanzo di buona letteratura siciliana: un immobile di proprietà della famiglia Scarpinato a Sciacca (Agrigento) venne venduto – stando alla ricostruzione di Mancuso – al doppio del suo prezzo a una signora che solo per combinazione si scoprirà essere la moglie di un ex imputato che Scarpinato aveva scagionato dalle accuse di mafia, archiviandolo quattro anni prima. Una vicenda di casi e di combinazioni, niente di più, come ha avuto modo di rispondere a Mancuso l’allora guardasigilli Diliberto. Sperando che si possa ancora ricorrere all’archivio della Camera senza commettere reati, ci mettiamo a consultare altri documenti. Fonti ufficiali, quali la Relazione della Commissione Antimafia dell’Ars, e i verbali depositati presso la magistratura stessa. Diversi i riferimenti al caso di Antonello Montante. Dell’ammirazione spropositata che l’allora procuratore Scarpinato sentiva nei confronti di Montante, eretto a simulacro delle migliori virtù, si può scrivere senza timori di smentita.

Queste le parole con cui Scarpinato, allora Procuratore Generale di Caltanissetta, ha aperto l’anno giudiziario nel 2013: “Nella provincia di Caltanissetta, in particolare a far data dal 2004, si è verificata una profonda e storica frattura all’interno della classe imprenditoriale che ha visto contrapporsi due diverse anime di un mondo che sino ad allora in Sicilia è stato saldamente coeso ed egemonizzato da imprenditori variamente collegati ad organizzazioni mafiose, i quali avevano rivestito ruoli negli organismi rappresentativi degli industriali in varie province dell’isola. A seguito di tale spaccatura, e in esito ad un lungo braccio di ferro costellato anche da episodi di intimidazioni e si è alla fine affermato una giovane leva di imprenditori, alcuni dei quali dipendenti, poi uomini simbolo a livello nazionale e gratificati con incarichi in Confindustria nazionale, i più noti dei quali Antonello Montante, Ivan Lo Bello i quali si sono fatti promotori di un processo di profondo rinnovamento culturale nel mondo imprenditoriale all’insegna dell’impegno antimafia senza se e senza ma”. Su Montante una verifica in più avrebbe forse consentito di dare un giudizio diverso. Quel “Senza se e senza ma” ci ricorda qualcosa. Perché è con quella stessa identica espressione che Giuseppe Conte in questi giorni dalla Sicilia ha parlato di Scarpinato, uomo dedicato all’antimafia “Senza se e senza ma”.

Non condividono l’entusiasmo alcuni tra i giuristi più impegnati nella difesa del diritto a Palermo. L’avvocato Stefano Giordano, tra i più noti penalisti italiani, è il figlio di quell’Alfonso Giordano che ha presieduto il Maxi processo a Cosa Nostra di Palermo: “Le frequentazioni con politici e magistrati hanno portato a certi personaggi, a Palermo, benefici innegabili. C’erano persone che oggi sappiamo essere state colluse con la mafia che invece venivano ricevute con grandi onori in certe Procure della Repubblica”. Eccoci alla mafia dell’antimafia di cui Leonardo Sciascia parlava. “C’erano personaggi parapolitici che ruotavano intorno a certi magistrati, e che da quelli venivano insigniti come titolari della Legalità, con la L maiuscola. Errori di valutazione? Diciamo così”. Sulla compravendita dell’immobile di Sciacca, “C’è poco da denunciare. Chi si imbarazza, doveva imbarazzarsi prima. Non perché vi siano stati reati, ma per una questione di opportunità, di prudenza, di attenzione che qualche volta è venuta meno. Qui si parla di un compratore che – sia pure attraverso il tramite dell’agenzia immobiliare – entra in contatto diretto con un magistrato. Il compratore era entrato nell’inchiesta Mafia Appalti. Il venditore è quello che ha contribuito ad archiviarla”, precisa l’avvocato Giordano. Che poi puntualizza: “Quando il cittadino, che in quel caso era tra l’altro anche un magistrato, entra in politica, è normale documentarsi meglio sul suo passato. Lo hanno fatto anche sul Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Perché non si dovrebbe poter approfondire con qualche inchiesta su Scarpinato? Oppure lui ritiene di essere superiore al Capo dello Stato?”.

Infatti lo facciamo, non ci tiriamo indietro. E da garantisti continuiamo a dire che non c’è l’ombra di un reato, fino a prova contraria. “Però una cosa me la lasci dire. Nel sistema giudiziario americano ci sono tante falle ma ha una cosa buona: i Pubblici ministeri vengono valorizzati sulla base dei processi che vincono e di quelli che perdono. Facciamo il conto dei processi vinti e persi da Scarpinato, nella vita. E valutiamolo su quella base. Parliamo del Processo Andreotti, durato anni. Non ha portato a niente: si è risolto con il proscioglimento. Il processo aveva lo scopo di portare l’imputato alla condanna o di sollevare delle ombre? Se lo scopo ultimo era questo, allora va bene, ma non dovrebbe funzionare così”.

L’avvocato civilista Salvatore Ferrara ha un brivido nell’apprendere della querela che Scarpinato ha preannunciato al Riformista. “C’è una raccomandazione del Consiglio d’Europa che stigmatizza le minacce di querela a seguito di inchieste giornalistiche e ammonisce gli Stati membri da questo sistema intimidatorio verso la libertà di stampa. Chi si candida a rappresentarci nelle istituzioni dovrebbe fare tesoro di questa raccomandazione”. Ma stiamo parlando di un candidato al Senato per il M5S, naturale che la polemica sia anche politica. Tra gli altri candidati impegnati nelle piazze siciliane, risuona la voce di chi non risparmia critiche allo Scarpinato non più magistrato ma candidato grillino, come quella di Giorgio Mulé, sottosegretario alla Difesa che corre con Forza Italia. “Scarpinato? Un khomeinista”, lo definisce Mulè. D’altronde in Iran, per aver sollevato un velo, c’è chi in questi giorni è stato messo a morte.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.