La statua di Indro Montanelli, collocata in un giardino pubblico di Milano, è stata imbrattata di vernice rossa perché durante la Guerra in Etiopia aveva contrattato con il padre il “noleggio” – a scopo sessuale – di una ragazza di 12 anni per  350 lire, protestando con la famiglia perché era infibulata, fino a quando la madre non intervenne ad aprire il varco del piacere. Di questa vicenda Montanelli scrisse e parlò liberamente, lamentandosi solo per l’olezzo che emanava dal corpo della sua “faccetta” nera. Si vede che da quella volta aveva imparato a “turarsi il naso”: una prassi che decenni dopo lo rese ancora più famoso (quando dalle colonne del suo giornale invitò a votare per la Dc, col naso ben turato). Indro Montanelli è stato indubbiamente una personalità molto versatile: giornalista di vaglia, inviato speciale nei teatri di guerra, scrittore, storico (insieme al collega e amico Mario Cervi pubblicò in molti volumi una storia d’Italia), fondatore e direttore di quotidiani, lo si può definire un “figlio del secolo”.

Sarebbe ingeneroso imputargli l’adesione al fascismo, come tanti della sua generazione e di quelle seguenti, nate nei primi decenni del XX secolo, dopo la Grande Guerra, magari in pieno regime totalitario, quando la vita delle persone era amministrata fin dalla nascita dai riti del fascismo. In proposito ho un piccolo ricordo di carattere personale. Sono nato nel 1941, ma nella mia infanzia mi trovai in possesso di un moschetto da “balilla” che suscitava una grande invidia tra i miei compagni di gioco. Qualcuno aveva pensato di regalarmelo quando ero ancora in fasce (come usava allora). L’ho conservato per tanto tempo, ma ora non so dove sia finito. Mi dispiace perché sono convinto che il moschetto piacerebbe anche ai miei nipoti che ora sono costretti a giocare con pistole spaziali, come quelle che vedono nei cartoni animati (noi, per fortuna, avevamo Topolino).

La Seconda guerra mondiale (in questi giorni si ricorda l’anniversario della dichiarazione scandita dal Duce dal balcone di Piazza Venezia, tra il tripudio della folla, che due anni prima aveva applaudito Hitler durante la sua visita in Italia) fu un evento che non cambiò solo la storia del Paese, ma anche quella delle persone, le quali si resero conto di essere cresciuti nella menzogna, di aver subito una violenza morale. Ciò consentiva loro di non sentirsi responsabili della vita vissuta fino a quel momento e di poter legittimamente passare dall’altra parte della barricata. Sono tanti gli intellettuali e dirigenti comunisti che parteciparono ai Littoriali universitari, distinguendosi nelle premiazioni. Come molti furono gli attori, divenuti famosi nei decenni successivi, che combatterono nelle milizie di Salò. È troppo facile rimproverarglielo.

Mettiamoci nei panni di un giovane di leva residente nelle regioni occupate dai tedeschi, con appresso lo Stato fantoccio della Rsi. Quando veniva chiamato sotto le armi non aveva molte alternative: o si nascondeva rischiando la galera e la fucilazione o andava in montagna (ma per farlo occorreva una convinzione che non tutti avevano avuto il tempo di maturare). Io ho conosciuto due fratelli che si sono trovati in fronti opposti per la banale circostanza di dove si trovavano l’8 settembre del 1943: uno venne intruppato con i tedeschi in Jugoslavia; l’altro era in marina e fu arruolato nei battaglioni San Marco del governo Badoglio. Ma è tempo di tornare al caso Montanelli. Nella vita di una persona contano sempre gli ultimi gesti.

La sua fortuna fu quella di rompere con il suo editore Silvio Berlusconi e di mettersi a criticarlo, quando ciò costituiva un merito nell’establishment italiano, non solo di sinistra (per decenni Montanelli era stato oggetto della satira di Fortebraccio sull’Unità). Probabilmente senza quella “virata” – per motivi personali? – sarebbe stato dimenticato al pari di tanti bravi giornalisti come lui. Ma è troppo comodo riscattarsi da un colonialismo di infima categoria (perché noi italiani arrivammo dopo che il bottino se lo erano spartite le grandi potenze europee), ricoprendo di vernice la statua di uno stupratore non pentito. Andiamo a leggere le imprese patriottiche nelle guerre coloniali. Durante l’aggressione all’Etiopia i “liberatori italiani” usarono i gas asfissianti contro le popolazioni civili in violazione delle Convenzioni internazionali, sottoscritte anche dall’Italia, che avevano bandito quell’arma di sterminio dopo gli orrori della Prima guerra mondiale.

Le truppe italiane riuscirono in breve tempo ad avere ragione dell’esercito del Negus, ma non riuscirono mai a fiaccare la resistenza, nonostante le feroci repressioni, la più grave delle quali avvenne dopo un attentato in cui nel febbraio del 1937, rimase ferito il viceré Rodolfo Graziani (il generale che aveva “normalizzato” la Libia con le stragi e le deportazioni). Alle truppe fu impartito l’ordine di ammazzare, per rappresaglia, tutti quelli che trovavano in giro per le strade di Addis Abeba. Vi furono migliaia di morti. Una mattanza che non risparmiò nessuno. E che culminò, a maggio, nell’assalto al monastero copto di Debrà Libanòs, dove vennero massacrati circa 2mila persone, inclusi i monaci accusati di proteggere i ribelli.

Un’altra misura presa da Graziani fu quella di far fucilare, nel 1937, ben 1877 etiopi, tra cantastorie, indovini e stregoni per evitare che, andando in giro per il Paese, diffondessero le notizie e incoraggiassero la resistenza. Eppure, come scrive Miguel Gotor nel saggio L’Italia del Novecento, per i tipi di Einaudi, dopo la vittoria sull’Etiopia «il regime toccò il picco del suo consenso interno perché un’ondata di orgoglio nazionalista percorse gli italiani, coinvolgendo gli ambienti militari e industriali, il mondo culturale imbevuto di miti dannunziani e bellicisti, ma anche milioni di contadini cui il governo promise le terre appena conquistate.

Grazie al fascismo l’Italia era riuscita a rivendicare il suo “posto al sole” contro la prepotenza delle democrazie “plutocratiche” che avevano imposto le “inique sanzioni”. Un’ultima chiosa. A scuola abbiamo studiato le poesie di Giovanni Pascoli e compreso il dramma di un bambino al quale hanno ammazzato il padre. Eppure questa persona mite, infelice, morbosamente legato alle sorelle, quando nel 1912 l’Italia invase la Libia, scrisse un articolo dal titolo “La grande proletaria si è mossa”.

Non parliamo poi degli intellettuali che si compiacevano di scrivere sulla La difesa della razza e che divennero poi strenui antifascisti. È difficile prendere a calci la propria storia. Almeno Angela Merkel ha avuto l’onestà intellettuale di riconoscere: «Abbiamo una responsabilità permanente per i crimini del nazionalsocialismo, per le vittime della seconda guerra mondiale e, anzitutto, anche per l’Olocausto. Dobbiamo dire chiaramente, generazione dopo generazione, e dobbiamo dirlo ancora una volta – ha proseguito Merkel – con coraggio, il coraggio civile: ognuno, individualmente, può impedire che il razzismo e l’antisemitismo abbiano altre possibilità. Noi affrontiamo la nostra storia, non occultiamo niente, non respingiamo niente – ha concluso -. Dobbiamo confrontarci con questo per assicurarci di essere in futuro un partner buono e degno di fede». Ecco. Da noi ci si libera del sangue sparso nella storia dipingendo di rosso la statua di Montanelli.