Una volta – quando il capitalismo faceva moda e soprattutto tendenza – andava per la maggiore una tesi nel mondo della finanza: se vuoi fare una scalata, falla in estate. Pochi occhi puntati, testa già alle vacanze, media distratti a raccontare le mode vacanziere e quindi poco inclini a prestare orecchio a chiacchiere e confidenze nel clima torrido (figurarsi ora) delle città, risvegliandosi poi ad attacco avvenuto, sferrato e, anche in molti casi, riuscito.

Così anche la politica ha lentamente fatto suo questo adagio strategico, sfruttando l’estate come periodo idoneo alle strategie innovative, ai salti della quaglia, alle giravolte troppo spesso rocambolesche. Quella più eclatante è arrivata da Oltreoceano, ed è quella pianificata dalla sinistra radicale americana del DSA e resa nota con banale – ma non meno cinica – semplicità da Alexandria Ocasio-Cortez, altra figura amatissima dalla sinistra radicale anche in Italia, che, citando una semplice battuta social del consigliere di New York Chi Ossé, «Woke 1 was crazy», e con una bella risata di contorno, ha sepolto sotto una coltre ipocrita anni di follie politicamente corrette e violenze, senza dare spiegazioni, etichettandole come mere stupidità generate e fomentate dalla noia post-Covid. Così ha avuto inizio il lento abbandono, da parte della sinistra globale – quella italiana in testa – di ogni riferimento al pensiero woke, raccontandolo come una necessità per essere più in linea con il Paese. In verità, si è trattato della più scaltra e cinica mossa politica degli ultimi decenni, realizzata anche e soprattutto grazie alla compiacenza ingenua dei media cosiddetti progressisti: l’alleanza tra la sinistra radicale e il mondo islamico, economicamente sostenuti negli Stati Uniti dalla sempre più rilevante «lobby islamica», che, dalle proteste pro-Pal, ha in pugno la sinistra, i suoi leader e le sue piazze.

Al di là dell’oceano, nonostante le avvisaglie, non hanno compreso la pericolosità di quello che stava per avvenire; hanno sottovalutato il pericolo e gli hanno anche spalancato le porte. Da questo il Partito democratico americano è stato travolto, con i candidati che noi siamo soliti definire dell’establishment travolti dai candidati del DSA, tanti di religione islamica, che hanno prevalso nelle primarie. Un risultato realizzato non, come viene raccontato, con la partecipazione dei piccoli, ma con l’abile capacità di connettere una piattaforma radicale a un capitale di finanziamenti ben strutturati e in gran parte provenienti dall’estero. L’obiettivo? Essere influenti e condizionare la politica degli Stati Uniti, soprattutto in Medio Oriente.

Per capire l’impatto dell’operazione bisogna tenere a mente che, alle elezioni presidenziali del 2024, per fare uno sgambetto ai democratici, la lobby ha votato Trump. Ma il tema non è solo americano e non riguarda unicamente figure come Mamdani o El-Sayed: ci riguarda da vicino, qui in Europa. Da tempo la penetrazione islamica non è più marginale, ma ingombrante, e la sinistra in Europa ha da anni sposato le tesi dell’islamismo politico. In Francia, il partito di Jean-Luc Mélenchon, La France Insoumise, è il megafono dell’islamismo politico e di quell’«islamo-gauchisme», così definito dal politologo francese Pierre-André Taguieff nel 2002, nel suo saggio “La Nouvelle judéophobie”. Da allora, il peso specifico delle comunità islamiche è aumentato, lo spirito di integrazione delle stesse è diminuito, come dimostrato dalla mancanza di volontà di adeguarsi a usi e costumi nostrani e alle leggi italiane.

E se in Francia si parla di una diretta influenza dei Fratelli Musulmani, in Italia, a piccoli passi, la sinistra tenta la medesima operazione, incapace di rilevare rischi e criticità. Il tema dibattuto da noi è quello delle moschee, che nasconde però al suo interno tutte le perplessità che vanno a infrangersi su una comunità indisposta ad accettare il nostro modello di società. Lo Stato italiano ha più volte tentato di giungere a un compromesso che si concludesse con la stipula di un concordato con le comunità islamiche, già tra di loro incapaci di giungere a una sintesi. Dissero “no” già all’allora ministro dell’Interno Minniti (governo di centrosinistra), che per giungere al concordato chiese due sole garanzie: l’utilizzo della lingua italiana e la trasparenza sui finanziamenti. Rifiutarono allora e proseguono a rifiutare oggi. A Venezia, a Torino e così in tutta Italia si sta presentando la stessa problematica: la sempre maggiore pretesa delle comunità islamiche e una sinergia con la sinistra. Esiste MuRo27, il primo esempio di partito/associazione con una finalità diretta a portare i musulmani all’interno delle nostre istituzioni. A Padova si è formata una camera arbitrale islamica che si fonda non sui nostri codici o sulla Costituzione, ma sul Corano. Forse è arrivato il momento di domandarci fin dove siamo disposti ad arrivare.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.