Il Sultano contro il Rais. Da guerra per procura a guerra diretta. Il campo di battaglia resta lo stesso: la Siria. «Se il regime siriano non si ritirerà entro febbraio dalle zone in cui si trovano le postazioni turche di monitoraggio a Idlib», fermando così la sua offensiva contro la roccaforte ribelle nel nord-ovest della Siria, «la Turchia dovrà agire». A dare l’ultimatum è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, parlando ad Ankara al gruppo parlamentare del suo Akp, dopo gli scontri di lunedì tra i rispettivi eserciti nell’area. Immediata la risposta di Damasco. La Turchia sostiene i terroristi in Siria: a sostenerlo sono fonti del ministero della Difesa siriano citate dai media governativi di Damasco. Il riferimento è ai miliziani che combattono nella regione nord-occidentale di Idlib contro le forze lealiste e che sono sostenute direttamente o indirettamente da Ankara.

Erdogan può contare sul sostegno americano. «Gli Stati Uniti supportano la posizione della Turchia in Siria a seguito degli attacchi condotti contro punti di osservazione turchi nel governatorato di Idlib da parte dell’Esercito di Bashar al-Assad. È quanto afferma su Twitter il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo. «Gli Stati Uniti – scrive il capo della diplomazia di Washington – supportano l’alleato Nato, la Turchia, a seguito dell’attacchi di artiglieria da parte delle forze del regime di Assad ai posti di osservazione turchi». «Questo rappresenta una grave escalation – conclude Pompeo – Il regime di Assad, la Russia, l’Iran e le azioni spietate di Hezbollah stanno impedendo l’istituzione di un cessate il fuoco». Le forze governative siriane stanno intensificando nelle ultime ore gli attacchi sulle posizioni dei gruppi ribelli nell’area di Saraqib, città della provincia nord-occidentale di Idlib considerata di grande importanza strategica per il controllo dei collegamenti tra Aleppo e il resto della Siria.

Domenica 2 febbraio, dopo la decisione di Ankara d’inviare in territorio siriano tre convogli militari con oltre 400 mezzi e di erigere tre nuovi punti di posti di osservazione attorno a Saraqib, otto militari turchi sono stati uccisi in attacchi condotti nell’area dall’artiglieria delle forze governative. In risposta al bombardamento, nelle ore successive caccia turchi sono entrati nello spazio aereo siriano e hanno colpito posizioni dell’Esercito arabo siriano, uccidendo almeno 13 militari nelle province di Hama, Latakia e Idlib. Da quando l’offensiva è aumentata di intensità, nelle ultime tre settimane, circa 200.000 persone hanno dovuto abbandonare le loro case o i campi profughi dove si erano rifugiati. E David Swanson, portavoce dell’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha), ha confermato che dall’inizio di dicembre, circa 520.000 persone sono sfollate, di cui l’80% circa sono donne e bambini. Secondo la Turchia, gli sfollati da Idlib solo nell’ultima settimana sono stati 151.000, andando ad alimentare la nuova ondata migratoria, finora contenuta, nelle zone sotto controllo turco del nord della Siria, specie nella provincia .di Aleppo

A Idlib, su Idlib, può naufragare la “Jalta siriana” messa in essere, con le vittorie sul campo, dal patto a tre stretto da Putin, Rouhani ed Erdogan. Un patto che la resa dei conti finale voluta da Bashar al-Assad, e sostenuta da Russia e Iran, può saltare per l’uscita della Turchia. All’autocrate turco il tema della tragedia umanitaria serve essenzialmente per difendere gli interessi geopolitici della Turchia in quell’area cruciale della Siria. E poi c’è un altro punto di rilevanza strategica: la Turchia può accettare che Assad resti al potere a Damasco, ma ciò che non accetterà mai è che un rais rimasto in piedi essenzialmente grazie all’appoggio militare di Mosca e Teheran (e degli Hezbollah libanesi), possa ergersi a vincitore della “partita siriana” e pretendere di rientrare nel grande giro mediorientale. La vera posta in gioco a Idlib non è la sopravvivenza politica del “Rais di Damasco” ma chi siederà a capotavola nella spartizione della Siria. Un posto che lo “Zar” del Cremlino non intende cedere al “Sultano di Ankara”.