Una giornata politica che parte bene e finisce con la reazione rabbiosa di Italia viva contro il governo, che in serata convoca una riunione a sorpresa per affrontare la crisi della Banca Popolare di Bari. Dure le parole di Luigi Marattin: «La convocazione improvvisa di un Consiglio dei ministri sulle banche, senza alcuna condivisione e dopo aver espressamente escluso ogni forzatura o accelerazione su questa delicata materia, segna un gravissimo punto di rottura nel metodo e nel merito». In mattinata invece per il premier ci sono buone notizie. La proposta presentata all’Eurosummit di Bruxelles, per modificare le conclusioni del negoziato sul Mes, viene accolta. I problemi sono in Italia, a partire dainumeri ballerini al Senato. Le uscite dal M5S di Ugo Grassi, al quale si sono aggiunti Francesco Urraro e Stefano Lucidi, potrebbero non essere le ultime. L’emorragia della maggioranza in Parlamento – soprattutto con lo scarso margine del Senato, dove adesso si tiene in vita il Governo con quattro voti – allerta Palazzo Chigi. Possono bastare poche assenze per andare sotto: torna l’incubo dei tempi prodiani.

Non a caso Conte si prodiga in scongiuri: «Chi vuole scommettere su Salvini lo faccia pure ma dovrà aspettare alcuni anni, se c’è un gruppo di responsabili pronto a rafforzare il governo non lo so e lo valuteremo, ma di certo chi lavora con noi ha possibilità di governare e contribuire a fare le riforme, dare il proprio apporto, chi sta con Salvini no». E poi, profusamente: «Assolutamente non prevedo nuove uscite di parlamentari dalla maggioranza. Chi vuole lavorare ha la possibilità di farlo con noi fino al 2023. Può capitare che qualche parlamentare si senta più trascurato: io dico a tutti i parlamentari, attenzione noi siamo solo all’inizio dell’opera, abbiamo un arco di tempo importante, abbiamo riforme da offrire al Paese. Chi vuole lavorare per migliorare il Paese lo fa adesso, qui con noi». Nella parte del trascuratore dei suoi parlamentari, tace Luigi Di Maio. Che viene bacchettato in serata dal premier. Dia più spazio di «partecipazione» nel Movimento, ascolti e rinnovi di più, lo ammonisce Conte.

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«A nessun leader possono far piacere i cambi di casacca», concede il premier, ma addita il Pd ad esempio di compattezza, pur precisando di «non essere più vicino ai Dem che ai 5s». Parole che sembrano aver molto irritato il quartier generale a 5 Stelle. Per compensare le perdite, la maggioranza confida sui “Responsabili” del senatore totiano Paolo Romani, che dice: «Al Senato siamo pronti a entrare in 12 nel gruppo misto e stiamo lavorando a 20 persone che facciano altrettanto alla Camera. Per molti è arrivato il momento del coraggio». Lunedì sera a Palazzo Chigi ci sarà un vertice con i capi delegazione dei partiti di maggioranza, che si vedranno dopo il voto di fiducia in Senato sulla Manovra per il primo step della verifica. All’appuntamento gli occhi saranno puntati su Italia Viva. Dopo il duro j’accuse di Matteo Renzi in Senato, sono circolate voci di chi scommette sulla possibilità che il partito di Renzi possa uscire dall’esecutivo, scegliendo la strada dell’appoggio esterno, in congiunzione con i Responsabili di Romani. Smentisce questa ipotesi Ettore Rosato, che al Riformista dichiara: «Questo governo c’è perché lo abbiamo voluto noi e in particolare lo ha voluto Matteo Renzi. Per noi conta solo fare le cose, farle dritte e bene».

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Ma questa dichiarazione arriva prima della polemica sulla Popolare di Bari. L’aria è tesa. Anche se sulla legge elettorale non ci dovrebbero essere problemi: ieri è arrivato anche il via libera della Direzione Pd. Unanimità per la relazione con cui il segretario Nicola Zingaretti accetta il proporzionale e abbandona definitivamente il sogno maggioritario. Pieno mandato a trovare un’intesa su un sistema proporzionale con correttivi che garantiscano stabilità, evitando troppa frammentazione. Il perimetro di azione prevede due possibili sbocchi: un proporzionale con sbarramento nazionale al 5% o un proporzionale con soglie implicite circoscrizionali, sulla falsa riga della legge elettorale spagnola. Su entrambe le strade, però, incombe un veto: sulla soglia nazionale c’è il niet di Leu, che chiede rappresentatività. Oggi molti Dem, senza bandiera di partito, saranno tra le Sardine a Piazza San Giovanni a Roma. Qualche sondaggista ha provato a sondarne la potenzialità elettorale, e nell’ipotesi in cui Le Sardine si trovassero a presentare il simbolo, avrebbero un risultato schiacciante, per sovrapposizione, rispetto allo stesso Pd.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.