Il nostro sistema sanitario non sempre funziona e i casi di malasanità nel nostro Paese purtroppo sono all’ordine del giorno. Ma crediamo di non sbagliarci se consideriamo il populismo applicato alla medicina la causa principale dei mali della nostra sanità, insieme ai mancati investimenti (il mancato utilizzo del Mes sanitario continua ad essere un grandissimo errore).

Lo abbiamo sperimentato con i no vax, lo sperimentiamo ogni giorno con le aggressioni a medici e infermieri nei pronto soccorso, nell’uso perverso di queste strutture, la pretesa di accedervi anche solo per la misurazione della pressione pregiudicando un’azione efficace sui codici rossi, quindi le vere emergenze. Lo sperimentiamo nelle richieste di strutture ospedaliere e punti nascita ad ogni angolo di strada, come se quantità fosse sinonimo di qualità e non spesso il contrario. Rischieremmo di sperimentarne gli effetti perversi anche con l’abolizione del numero programmato per i corsi di laurea in Medicina. Un’idea che consideriamo, almeno al momento, lontana anni luce dall’assicurare una formazione di qualità ai futuri medici.

Il meccanismo scricchiolante e il nuovo progetto in fase di studio

Non entriamo nel merito delle questioni di stretta attualità relative ai meccanismi di accesso agli studi di Medicina e Chirurgia, che hanno visto recentemente la bocciatura da parte del TAR del Lazio del meccanismo proposto dalla Ministra Cristina Messa (sperimentato per la prima volta nel 2023) e la proposta di un nuovo sistema da parte della nuova Ministra dell’Università, Anna Maria Bernini. Meccanismo, in verità, nato già scricchiolante per la necessaria e non ancora risolta coesistenza con il precedente. Molto più importante appare soffermarsi sulle dichiarazioni della Ministra in merito alla questione di fondo dell’accesso agli studi di Medicina e cioè sul mantenimento o meno del numero chiuso e, nel primo caso, sul migliore possibile meccanismo di accesso. La Bernini sembra orientata verso il mantenimento del numero chiuso, bontà sua, con un ulteriore e progressivamente crescente ampliamento del numero di posti disponibili. Quanto al sistema di accesso, sembra prevedere il superamento del meccanismo attuale con un sistema simile a quello francese: gli studenti potranno liberamente accedere alle Università e dovranno frequentare un semestre iniziale (comune anche ad altri corsi di studio di caratteristiche simili, quali Biotecnologie o Scienze Motorie) nel quale studieranno alcune materie di base fondamentali (fisica medica, biologia, anatomia); una volta superati questi esami, potranno partecipare al test per la formulazione della graduatoria nazionale e l’accesso alle diverse Università. Nel caso di mancato inserimento utile in graduatoria potranno iscriversi ad uno degli altri corsi di laurea. Il progetto è ancora in fase di studio, ma contiene alcuni aspetti potenzialmente molto interessanti.

Noi siamo convinti che nella progettazione di un sistema per l’accesso agli studi di Medicina e Chirurgia debbano essere tenuti in considerazione alcuni pilastri fondamentali.

Il livello della qualità della formazione

La formazione di un medico è un’attività molto complessa, che richiede sia una solida base teorica che un’importante attività laboratoriale e di tirocinio in corsia, in particolare oggi, avendo il corso di studio valenza abilitante. È inimmaginabile pensare che tutto questo potrebbe essere possibile oggi se si consentisse l’accesso libero al corso di studio (numero aperto). Con le strutture attuali, le migliaia di studenti sarebbero costrette a lezioni nei cinema, nei teatri o nei padiglioni delle fiere, con qualche fugace visita in un laboratorio o in una corsia: un laureificio, tutto il contrario di una formazione adeguata e coerente all’importantissimo compito che li aspetta! Un sistema a numero aperto e di alta qualità della formazione richiederebbe investimenti enormi in strutture, laboratori, nuovi policlinici e personale docente e ospedaliero, oggi probabilmente impensabili.

La saggia programmazione del numero di posti disponibili nei corsi di studio e nelle scuole di specializzazione
È questo forse il tema più delicato ed importante perché impatta direttamente sulla tenuta di tutto il sistema della Salute nel nostro Paese. Oggi la crisi della Sanità, con gli organici insufficienti e spesso ridotti all’osso negli ospedali e le conseguenti interminabili liste d’attesa, è anche figlia di una programmazione inefficace, non oculata, esclusivamente rivolta al contenimento della spesa, condotta anni fa. Bisogna essere lungimiranti, considerando che un medico si costruisce in almeno dieci anni, tra corso di laurea e scuola di specializzazione. Per la verità, molto è cambiato nell’ultimo periodo, il numero (chiuso) di posti disponibili si è significativamente allargato, anche sulle scuole di specializzazione. Dai 10.000 posti del 2012 si è passati ai quasi 20.000 del 2023. Nelle sue dichiarazioni, la Ministra Bernini, sembra aver chiaro questo aspetto, occorre che continui a lavorare in questo senso.

La serietà nella procedura di accesso agli studi di Medicina e Chirurgia
L’idea di un semestre preliminare presso le Università, superando i costosissimi corsi privati di preparazione ai test che nei fatti creano una pesante e odiosa barriera all’ingresso in funzione del reddito familiare dei candidati, è certamente attraente, ma va progettata con cura. Occorre superare ogni suggestione di affidarsi a corsi on line e potenziare le strutture universitarie esistenti in modo da fronteggiare efficacemente l’impatto prevedibile di migliaia di matricole. Fisica medica, biologia ed anatomia sono discipline importanti, da affrontare con classi non troppo numerose, laboratori funzionali e docenti e tecnici in numero adeguato. Solo così si potrà dare una buona formazione di base agli studenti che saranno chiamati ad affrontare il test successivo per l’ammissione utile in graduatoria. In altri termini il proposito appare interessante e noi ci predisporremo al dialogo ed alla proposta costruttiva, ma una cosa va detta fin d’ora: la Ministra ed il Governo nazionale non possono pensare che una riforma così delicata si possa fare senza un serio programma di investimenti sul nostro sistema sanitario ed universitario.

Davide Faraone e Fabrizio Micari

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